Fino a pochi anni fa, la medicina ha funzionato seguendo un modello universale: il cosiddetto “individuo medio”, ovvero un uomo di 70 chili. Su questo standard sono stati calcolati dosaggi, studiati effetti collaterali e valutate le risposte alle terapie. Una formula “copia e incolla” che oggi si sta rivelando non solo imprecisa, ma potenzialmente pericolosa per la salute femminile.
Solo nel 2018, con la Legge Lorenzin, l’Italia ha imposto di considerare le differenze di genere nella sperimentazione dei farmaci. Poiché lo sviluppo di una molecola richiede circa dieci anni, i primi farmaci studiati su misura stanno arrivando sul mercato solo ora. Per capire questa rivoluzione silenziosa abbiamo intervistato la Professoressa Flavia Valtorta, Prorettrice per i rapporti internazionali dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.
In questo articolo
I sintomi delle donne: il paradosso dei dosaggi e il rischio accumulo
Biologia e genere non sono la stessa cosa. Se il sesso biologico risiede nei cromosomi (XX per le donne, XY per gli uomini), il genere abbraccia gli ormoni, lo stile di vita e persino la composizione corporea. Ed è qui che nascono le discrepanze più acute nel consumo di farmaci.
«A lungo nei test clinici si è usato l’uomo come standard», spiega la Prof.ssa Valtorta. «Questo ha portato a una sistematica sovrastima dei dosaggi per le donne, che in media pesano meno. Ma il problema non è solo il peso: le donne metabolizzano molti farmaci più lentamente rispetto agli uomini».
Il risultato? Il principio attivo resta in circolo più a lungo nel corpo femminile, aumentando drasticamente il rischio di accumulo tossico ed effetti collaterali. Un esempio quotidiano è l’alcol: considerato scientificamente un vero e proprio farmaco, viene smaltito molto più lentamente dall’organismo femminile, tanto che una dose “sicura” per un uomo può indurre alterazioni significative in una donna.
L’infarto ingannevole: quando lo stomaco maschera il cuore
L’assenza di una prospettiva di genere ha pesato storicamente anche sulle diagnosi d’urgenza. Il caso più emblematico è quello dell’infarto del miocardio.
Siamo abituati a riconoscere l’infarto dal classico dolore acuto al petto e al braccio sinistro. Questo, però, è il sintomo tipicamente maschile. Nelle donne, l’attacco cardiaco si manifesta spesso in modo subdolo:
- nausea diffusa,
- dolori epigastrici o bruciore di stomaco,
- disturbi simili a quelli gastrointestinali.
«Questo porta più facilmente a errori diagnostici gravi: la donna viene rimandata a casa pensando a una cattiva digestione, mentre in realtà è in corso un infarto», avverte la Prorettrice.
Un cortocircuito informativo che spiega perché, nonostante le malattie cardiovascolari siano la prima causa di morte anche per il sesso femminile, la prevenzione sulle donne sia stata a lungo sottovalutata. Persino farmaci diffusissimi come la cardioaspirina mostrano evidenze scientifiche d’efficacia molto più robuste e solide sugli uomini rispetto alle donne.
Il fattore culturale: il mistero del riso bollente in Giappone

Le differenze di salute non sono sempre scritte nel DNA. A volte dipendono da comportamenti e ruoli sociali. La Prof.ssa Valtorta cita un caso di scuola: il carcinoma dell’esofago in Giappone, storicamente molto più diffuso tra la popolazione maschile.
Per anni si è cercata una spiegazione genetica, finché non è emersa una radice puramente culturale: per tradizione, gli uomini giapponesi consumavano il riso subito dopo la cottura, ancora bollente; le donne, stanti i ruoli sociali dell’epoca, servivano i pasti e mangiavano successivamente, quando il cibo era ormai tiepido. Il fattore di rischio non era il sesso biologico, ma la temperatura del cibo.
I sintomi delle donne: vivere di più, ma peggio
Oggi le donne vivono mediamente più a lungo degli uomini, ma trascorrono gli anni della vecchiaia con una qualità della vita peggiore. Uno dei motivi risiede proprio nella gestione delle terapie in età avanzata: la menopausa cambia radicalmente il metabolismo e il profilo di rischio cardiovascolare (venendo meno lo scudo protettivo degli estrogeni), ma spesso le politerapie somministrate agli anziani non tengono conto di questa mutazione biologica.
Il futuro della sanità non prevede una scissione della medicina in due mondi isolati, bensì un’evoluzione radicale verso la personalizzazione assoluta, calibrando i farmaci non solo sul peso, ma sulla fisiologia della persona. Perché, come ricorda la Prof.ssa Valtorta citando il suo maestro: «Non esistono le malattie, esistono i malati».
Fonti e approfondimenti scientifici sui sintomi delle donne
Per analizzare i dati normativi e i protocolli clinici legati alla medicina di genere, è possibile consultare i testi ufficiali:
- Per il quadro legislativo italiano e i piani di applicazione nazionale, consultare la sezione dedicata alla Legge 3/2018 (Legge Lorenzin) sul portale del Ministero della Salute.
- Per le linee guida internazionali sull’inclusione delle donne nei trial clinici e le differenze metaboliche, consultare i report ufficiali della U.S. Food and Drug Administration (FDA) – Women’s Health Research.
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Flavia Valtorta
La professoressa Flavia Valtorta è una farmacologa e accademica di rilievo internazionale, attualmente Prorettrice per i rapporti internazionali dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, ateneo dove ricopre la cattedra di Professore Ordinario di Farmacologia e di cui è stata Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia dal 2019 al 2024. Dopo la laurea in Medicina con lode a Milano e le specializzazioni in Anestesiologia e in Psicoterapia, ha consolidato la sua carriera negli Stati Uniti come ricercatrice presso la prestigiosa Rockefeller University di New York, lavorando nel laboratorio del Premio Nobel Paul Greengard.
Nel corso degli anni ha assunto ruoli di massima responsabilità scientifica e istituzionale, guidando la Divisione di Neuroscienze dell'IRCCS Ospedale San Raffaele e assumendo, dal 2018, la presidenza della Sezione per la Vigilanza sul Doping del Ministero della Salute. Dal 1992 è a capo dell’Unità di Neuropsicofarmacologia Sperimentale del San Raffaele, dove coordina un laboratorio di reputazione mondiale focalizzato sui segnali che regolano la comunicazione tra neuroni. Le sue ricerche mirano a comprendere le basi molecolari di gravi patologie neurologiche e psichiatriche ad oggi prive di cure risolutive, come l'epilessia, il Parkinson e l'autismo, con l'obiettivo fondamentale di sviluppare terapie innovative e su misura per ogni paziente.




