
La dinamica è sempre, più o meno, la stessa: un messaggio privato che arriva da un nuovo contatto su Instagram o TikTok, una conversazione che scorre veloce e lascia intendere che ci sia del feeling, l’invio di foto o video intimi e poi la richiesta di denaro, con la minaccia di diffondere tutto. In un ecosistema digitale sempre più stratificato, in cui i corpi diventano merce e l’intimità viene usata come oggetto di scambio, prende forma la sextortion, una delle derive più insidiose (e meno raccontate) della violenza che si consuma in rete.
Le vittime preferite sono paradossalmente gli uomini, come emerge dal Report 2025 di PermessoNegato, l’associazione che offre supporto (tecnologico, legale e psicologico) in caso di diffusione non consensuale di materiale intimo e violenza online. Delle 1.086 persone che, dal gennaio 2020 al dicembre 2024, si sono rivolte all’associazione dopo essere state vittime di sextortion, 987 sono uomini e 99 donne. Si tratta di un fenomeno in costante espansione, se si pensa che nel 2024 i casi registrati sono stati 392 contro i 41 del 2020. Sono sempre più le persone ricattate che chiedono aiuto ma tantissime altre non lo fanno, oppresse da vergogna e senso di colpa.
Ne abbiamo parlato con Silvia Lai, psicologa esperta in criminologia e psicologia giuridica, e Gian Luca Manzi, ingegnere informatico specializzato in cybersecurity, entrambi volontari di PermessoNegato.
In questo articolo
Cos’è la sextortion
Ing. Manzi, spieghiamo bene cos’è la sextortion.
Il termine “sextortion” deriva dall’unione delle parole inglesi sex (sesso) ed extortion (estorsione). Come si può dedurre, questo fenomeno si manifesta quando l’autore del reato minaccia di divulgare contenuti intimi (foto o video) dei quali è in possesso, a meno che la vittima non gli dia quello che vuole, generalmente soldi ma anche prestazioni sessuali. Il materiale utilizzato per ricattare la vittima è estorto con l’inganno, dal momento che il persecutore finge inizialmente di essere una persona con cui fare una nuova conoscenza. Per farlo, può arrivare a utilizzare foto false, magari create con l’intelligenza artificiale o rubate da altri profili. Secondo una recente ricerca svolta dal Centro Studi di PermessoNegato, della sextortion si parla ancora poco, ma si stima che possa aver colpito circa 1,8 milioni di persone in Italia.
Quali sono i bersagli più a rischio
E stando agli ultimi dati di PermessoNegato, i più colpiti sono gli uomini.
Sì, nella maggior parte dei casi le vittime sono di sesso maschile e appartengono a tutte le fasce d’età: dagli adolescenti agli adulti più maturi. Diversamente da quanto si possa pensare, e cioè che queste persone siano sempre molto fragili e quindi facilmente manipolabili, le vittime provengono da contesti sociali, culturali e geografici eterogenei, appartengono a orientamenti sessuali diversi, sono single, conviventi, sposati, con o senza figli, e hanno più o meno dimestichezza con i social network e i sistemi digitali.
Ci sono uomini più a rischio?
Esistono, come per tutti i reati, alcune caratteristiche che possono esporre maggiormente una persona a determinate forme di violenza. Condizioni come la solitudine prolungata o una scarsa consapevolezza digitale – in particolare riguardo all’esistenza di questi crimini, alle modalità di tutela dei contenuti sensibili, alla gestione delle interazioni online e al riconoscimento di possibili “red flags” (segnali di allarme premonitori di comportamenti tossici o abusivi, ndr) – possono aumentare il rischio, soprattutto per chi cerca un contatto in rete senza conoscerne i pericoli.
Come funziona la sextortion e chi c’è dietro
Chi c’è dietro alla sextortion, il singolo o un sistema?
Sulla base delle informazioni raccolte dall’associazione, dietro a molti di questi reati sembrerebbero esserci vere e proprie organizzazioni criminali strutturate. Lo si evince dalla particolare metodologia di adescamento delle vittime, che presenta molte somiglianze in vari casi. Raramente dietro a questa forma di reato si celano singoli individui autonomi.
Ing. Manzi, come viene “agganciata” la vittima?
I ricattatori diventano sempre più scaltri e preparati e hanno affinato tecniche per “agganciare” i bersagli in modo sempre più credibile. I passaggi sono sempre gli stessi, grossomodo: si contatta la possibile vittima sulle piattaforme social maggiormente utilizzate; il ricattatore, utilizzando profili e modalità di interazione sempre più verosimili, si finge un coetaneo o una coetanea (nel caso di vittime adolescenti) o una giovane donna (per adulti più avanti con l’età).
Dopo l’adescamento, segue l’invio di foto o video (ovviamente falsi, creati con l’AI o rubati ad altri profili social) per ingannare il bersaglio. Una volta carpita la sua fiducia, il persecutore chiede in cambio del materiale intimo o di mostrarsi in webcam. A questo punto, ottenuti e salvati foto e video compromettenti, si attua la richiesta di pagamento, seguita dalla minaccia di diffusione dei contenuti qualora questa non venga effettivamente soddisfatta.
Qual è il segnale d’allarme più sottovalutato?
La casualità del contatto. Il fatto che una persona interessante, con gusti simili ai nostri, piacente, molto desiderosa di confidarsi, ci scriva di punto in bianco per conoscerci, nonostante non ci abbia mai visti prima né si abbiano amicizie in comune, dovrebbe insospettirci a prescindere.
Le conseguenze psicologiche sulle vittime
Dott.ssa Lai, come reagiscono le vittime di fronte alle minacce ricevute?
Inizialmente le vittime si fanno prendere dal panico e hanno paura che le minacce possano effettivamente concretizzarsi; più che la richiesta economica in sé, a spaventare è soprattutto l’idea che amici, parenti o altri utenti possano vedere il materiale intimo estorto con l’inganno. La vittima prova poi vergogna per aver condiviso foto e video tanto personali e per essersi fidata dell’estorsore; successivamente può arrivare ad attribuire a se stessa la responsabilità dell’accaduto, sviluppando un forte senso di colpa.
Quello causato dalla sextortion è ancora un trauma sottovalutato?
Sì, purtroppo. Come accade per altri reati digitali, persiste la tendenza a considerare ciò che avviene in rete meno grave o impattante rispetto alla violenza fisica, che è più “visibile” e produce effetti immediatamente tangibili. Tuttavia, numerosi studi evidenziano come il benessere psicologico delle vittime di sextortion possa risultare gravemente compromesso, con possibili conseguenze quali disturbo post-traumatico da stress, depressione, ansia e, nei casi più gravi, pensieri suicidari.
Le vittime non chiedono aiuto
Spesso le vittime rimangono in silenzio. Quanto incide la paura di essere giudicati e ridicolizzati?
Sempre secondo lo studio svolto da PermessoNegato, il 42% delle vittime non ha chiesto aiuto: il 36% si vergognava, il 28% non sapeva a chi rivolgersi e il 24% era convinto che nessuno avrebbe potuto fare qualcosa per lui. Le percentuali di denunce si aggirano a poco meno del 40%. Tra chi decide di non farlo, i motivi principali sono la paura che una denuncia possa rendere la vicenda di dominio pubblico, l’imbarazzo nell’affrontare il tema davanti agli agenti e la sfiducia nel sistema di giustizia. Chi trova il coraggio di denunciare, infine, non sempre si sente accolto: solo una persona su due ha raccontato di essersi sentita ascoltata e supportata dalle forze dell’ordine, mentre quasi quattro su dieci hanno avuto l’impressione che non valesse la pena farlo.
Il fatto che questa forma di violenza sia fortemente connotata da vergogna, paura del giudizio e timore di essere ridicolizzati rende spesso difficile per le vittime cercare un supporto. Può risultare complicato sia rivolgersi a figure professionali, sia confidarsi con persone di fiducia. Per questo motivo, le vittime di questi reati possono contattare PermessoNegato tramite email, in un ambiente sicuro e non giudicante, che non richiede di esporsi ulteriormente se non per propria iniziativa.
Cedere al ricatto è sbagliato e controproducente
Molte vittime decidono di pagare. Dott.ssa Lai, è vero che questa scelta sortisce spesso l’effetto opposto di quello sperato?
Dai dati in nostro possesso, si stima che, tra chi ha ricevuto minacce o tentativi di estorsione, uno su quattro (25%) ha deciso di pagare con la speranza che, soddisfacendo la richiesta, il rischio di diffusione scompaia. Questo meccanismo fa leva proprio sulla vergogna e sulla paura delle conseguenze sociali, lavorative e personali. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, accade l’opposto: la minaccia non si interrompe dopo il primo pagamento. Una volta che l’autore del reato comprende che la minaccia è efficace, tende a reiterarla, spesso aumentando l’intensità delle pressioni e l’entità delle richieste.
Cosa fare se si è vittime di sextortion
Cosa fare se si è vittime?
Il primo passo è, per quanto possibile, cercare di mantenere la calma e la lucidità. È una reazione difficile, ma fondamentale per evitare decisioni impulsive che potrebbero peggiorare la situazione.
In secondo luogo, è essenziale non cedere alla minaccia: non bisogna inviare denaro o soddisfare alcuna richiesta dell’estorsore.
Un altro passaggio cruciale è non eliminare nulla che possa costituire prova del reato: chat, email, immagini, video, profili utilizzati, cronologia e qualsiasi altro elemento utile. La reazione istintiva di cancellare tutto per “far sparire” il problema è comprensibile, ma spesso controproducente. L’estorsore, infatti, è già in possesso dei contenuti e la loro eliminazione non impedisce che continui a minacciare. Al contrario, conservare le prove è fondamentale sia per eventuali azioni legali sia per attivare strumenti di tutela. Oltre a costituire una possibile prova, proprio i contenuti condivisi possono essere utilizzati per proteggersi dalla diffusione non consensuale.
Infatti, alcuni dei servizi promossi da PermessoNegato sono la rimozione preventiva per i contenuti non ancora condivisi e la rimozione effettiva per i contenuti già diffusi. Nel primo caso, l’utente che contatta l’associazione può procedere in autonomia, tramite il sito StopNCII.org, alla tutela dei propri contenuti. Il sito infatti permette di scannerizzare i contenuti da tutelare, senza salvarli in nessun modo, e impedire l’eventuale pubblicazione sulle piattaforme partner del progetto. Nel caso invece di contenuti già diffusi, PermessoNegato, grazie alla collaborazione con diversi partner tra cui Meta, TikTok e siti per adulti, è in grado di segnalare la presenza di contenuti diffusi non consensualmente e dunque procedere con la loro eliminazione.
Infine, è importante non affrontare la situazione da soli: chiedere aiuto a persone di fiducia, professionisti o associazioni competenti è un passaggio fondamentale per uscire dall’isolamento e gestire il problema in modo efficace.
Dott.ssa Lai, come si può contattare PermessoNegato?
Se si è vittime di sextortion, PermessoNegato può essere d’aiuto nella segnalazione prioritaria alle piattaforme per la rimozione e nel prevenire il ri-caricamento dei contenuti; fornisce un feedback legale telefonico con avvocati esperti e supporta nella creazione di prove digitali per procedere per vie legali; mette a disposizione uno sportello di Primo Soccorso Psicologico. Per mettersi in contatto con l’associazione si può scrivere una email alla help-line gratuita: info@permessonegato.it.




