Salute

Stress da intestino irritabile? Prova agopuntura e ansiolitici

Molti si affidano a diete fai da te inutili se non dannose. Ma spesso il colpevole dell'intestino irritabile non è quello che si mangia, bensì la tensione nervosa

Ore 13, pausa pranzo in ufficio. Carlo decide di fare una scappata al fast food dietro l’angolo, per mangiare al volo un hamburger senza perdere tempo. Si leccherà le dita come al solito, pur sapendo che dovrà fare i conti con qualche fastidio alla pancia. Stefania lo guarda con invidia e sbuffa, perché a lei tocca il solito riso bollito portato da casa. È l’unico rimedio per non correre subito in bagno, da quando ha avuto un brutto virus intestinale qualche mese fa. A tavola le farà compagnia Paola, la sua dirimpettaia, che al telefono ordina una semplice insalata mista. Sempre pancia gonfia e costipata, ha deciso di eliminare i carboidrati anche se il medico ha escluso qualsiasi forma di intolleranza alimentare. Tre colleghi, tre menù diversi, tre modi di vivere lo stesso problema. La sindrome dell’intestino irritabile (Irritable Bowel Syndrome, nota anche come IBS).

Pancia gonfia per l’intestino irritabile

«Si tratta di un disturbo multiforme, che può manifestarsi con sintomi molto diversi da persona a persona», spiega Maurizio Vecchi, docente di gastroenterologia all’Università Statale di Milano e direttore dell’unità operativa di gastroenterologia ed endoscopia della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico. «Generalmente si parla di IBS quando si verifica una condizione di dolore addominale che si manifesta almeno un giorno alla settimana per almeno tre mesi. Nello specifico, poi, si distinguono diverse forme. C’è chi soffre prevalentemente di diarrea, chi di stipsi e chi invece di entrambi i disturbi a fasi alterne. L’unica costante sono i fastidi o dolori addominali che tendono a risolversi con l’evacuazione».

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I fattori scatenanti

Difficile spiegare il motivo di questa variabilità. Anche perché non sono ancora ben chiare le cause che ne scatenano le manifestazioni cliniche. «Al momento ci sono moltissime ipotesi allo studio, ma nessuna può spiegare da sola l’intestino irritabile. È probabile che la sindrome sia dovuta alla concomitanza di più fattori scatenanti», sottolinea lo specialista. I più «gettonati» sono lo stress, gli squilibri della flora batterica intestinale, le alterazioni della motilità del tratto digestivo, l’uso prolungato di farmaci (come antibiotici e antinfiammatori) e l’ipersensibilità viscerale che fa percepire più dolore. Dalle ultime ricerche stanno poi emergendo nuove «piste» molto promettenti. «Si è scoperto, per esempio, che una buona percentuale di pazienti diarroici ha avuto nel suo passato una gastroenterite acuta, di origine virale o batterica. È dunque plausibile che l’infiammazione non completamente risolta determini disturbi minori che persistono anche per anni», spiega Vecchi.

Addirittura uno studio belga pubblicato su Nature dall’Università Cattolica di Lovanio ha avanzato la suggestiva ipotesi che alcuni casi di intestino irritabile possano essere scatenati da cibi che, pur non provocando una vera e propria allergia alimentare, inducono una reazione immunitaria localizzata a livello dell’intestino. 

Gli esami da fare

Di fronte a questo ventaglio di possibili cause, bisogna cercare di individuare quella che potrebbe essere predominante nel singolo paziente. In modo da definire un percorso diagnostico e terapeutico personalizzato. Due i fattori di cui tenere conto: i sintomi e l’età.

Esame delle feci

«In caso di dissenteria bisogna innanzitutto escludere infezioni e malattie infiammatorie come il morbo di Crohn, la colite ulcerosa e la malattia celiaca. Per questo si eseguono gli esami delle feci per valutare la presenza di parassiti e per dosare la proteina calprotectina. Una “spia” dell’infiammazione intestinale», spiega il gastroenterologo.

Test per le allergie

«A questi si aggiungono poi gli esami per le allergie alimentari, il test del respiro per escludere l’intolleranza al lattosio, gli esami del sangue per la celiachia e quelli per il dosaggio della proteina C reattiva. Un altro marcatore di infiammazione».

Ecografia

Dopo questo primo screening si può procedere con un’ecografia delle anse intestinali. «Una pratica non invasiva nata in Italia che ora si sta diffondendo un po’ in tutto il mondo, perché permette di verificare la presenza di ispessimenti della parete intestinale che sono tipici delle malattie infiammatorie», ricorda l’esperto.

Colonscopia

La colonscopia è invece d’obbligo per i pazienti con più di 50 anni, soprattutto se presentano sintomi a esordio recente accompagnati da sanguinamento. In questi casi bisogna approfondire perché c’è un rischio non trascurabile di tumore del colon, specialmente se si sono già avuti altri casi in famiglia. Diversi i campanelli d’allarme che devono far alzare la guardia. Ad esempio la diarrea anche notturna, la perdita di peso e il dolore addominale che peggiora progressivamente.

L’ipotesi va presa in considerazione anche nei pazienti over 50 con stipsi di recente insorgenza. «Per escludere il tumore e altre possibili cause di ostruzione intestinale si ricorre alla colonscopia», spiega Vecchi. «Se invece il paziente è giovane e la stitichezza dura da diverso tempo, è sufficiente effettuare gli esami del sangue e delle feci».

Esami da evitare

Intolleranze

Per un check up su misura, insomma, non serve perdere tempo (e denaro) con esami alla moda ma del tutto inutili come quelli per le intolleranze alimentari. Molte persone li fanno nella speranza di evitare procedure diagnostiche più invasive e fastidiose, ma quando poi li mostrano al proprio medico non suscitano altro che una malinconica alzata di spalle. «Non ci sono solidi dati scientifici che dimostrino l’utilità di questi test, i cui risultati spesso inducono il paziente a eliminare degli alimenti dalla dieta senza una vera ragione», sottolinea l’esperto del Policlinico.

Test del microbiota

Un discorso a parte va fatto invece per i nuovi esami che profilano il microbiota. È vero che sono in grado di identificare con precisione le specie batteriche presenti nel nostro intestino, «ma da queste informazioni non sappiamo ancora trarre indicazioni utili per la diagnosi e la terapia dell’intestino irritabile. Al momento possiamo dunque considerarli come una promessa per il futuro, ma nulla di più». 

Intestino irritabile: a tavola moderazione e probiotici

Le incertezze riguardanti i ceppi batterici “buoni” e “cattivi” si riflettono inevitabilmente anche sull’uso dei probiotici, molto richiesti in farmacia. «Sul loro impiego ci sono dati scientifici contrastanti. Non sono risolutivi, ma possono essere talora d’aiuto nel quadro di una terapia più generale e ben impostata», afferma Vecchi.

Si comincia con una revisione delle abitudini alimentari. Questo non significa condannarsi a una dieta “da malati”, ma piuttosto porre attenzione alla scelta degli ingredienti e dei metodi di cottura. Bisogna infatti evitare i piatti troppo elaborati, conditi, grassi e speziati, limitare l’assunzione di alcol e caffè e ridurre gli alimenti che possono fermentare nell’intestino, come legumi, patate e cavoli. Queste indicazioni diventano ancora più stringenti nella dieta Fodmap, un protocollo che mira a ridurre l’assunzione di specifici carboidrati a catena corta che tendono a fermentare nell’intestino.

«Si tratta di una dieta a esclusione, almeno nelle prime settimane. Solo quando i sintomi sono in remissione si può procedere con una graduale reintroduzione di tutti gli alimenti per recuperare una buona tolleranza», spiega il gastroenterologo. «È un regime alimentare complesso e difficile da mantenere. Ricorrere al fai da te può essere pericoloso. Bisogna affidarsi alle indicazioni di uno specialista per avere dei buoni risultati senza correre rischi per la salute». 

Alleviare lo stress per sgonfiare la pancia

Attività fisica

Per potenziare gli effetti della dieta, una volta alzati da tavola, non c’è niente di meglio che allacciarsi le scarpe per una passeggiata. Favorisce la motilità dell’apparato digerente, riduce i livelli di infiammazione e permette di “scollegare” testa e intestino, alleviando gli effetti negativi dello stress. Certo è che non sempre questi accorgimenti sono sufficienti per tenere a bada il mal di pancia: così entrano in gioco i farmaci.

Antispastici e antidolorifici

Nell’armadietto non possono mancare antispastici, antidolorifici puri o gli antagonisti del recettore della serotonina. Come l’alosetron, che inibisce l’azione di questo neurotrasmettitore a livello del sistema nervoso dell’intestino controllando il dolore e regolando il transito e le secrezioni gastrointestinali. «Sono tutti farmaci efficaci, ma non bisogna abusarne. Specialmente gli antispastici, che alterano in maniera artificiale la motilità intestinale e a lungo andare possono peggiorare la situazione, vanno presi solo occasionalmente», ammonisce lo specialista.

Agopuntura

In taluni casi potrebbe essere meglio optare per una via alternativa e non farmacologica, quella dell’agopuntura. Tipica della medicina tradizionale cinese, «permette di disattivare le aree del cervello legate all’elaborazione degli stimoli dolorosi riducendone la percezione».

Ansiolitici e antidepressivi

Benefici consistenti si possono ottenere anche grazie ai farmaci ansiolitici e antidepressivi, come l’amitriptilina. «Questi prodotti vengono prescritti per molti disturbi di tipo doloroso e per varie forme di irregolarità della funzione gastrointestinale. Come il gonfiore di stomaco e il senso di reflusso gastroesofageo non confermato dagli esami endoscopici», aggiunge Vecchi.

Non tutti i pazienti, però, accettano di buon grado di assumere psicofarmaci per il mal di pancia. «In genere sono diffidenti e spesso non seguono la terapia per timore di diventarne dipendenti, ma non è così. In realtà questi farmaci vengono prescritti in dosi piccolissime rispetto a quelle impiegate nella pratica clinica contro ansia e depressione. La terapia inoltre viene personalizzata e può essere assunta per brevi periodi, a cicli o in maniera continuativa. Spesso inducono un tale miglioramento dei sintomi che sono gli stessi pazienti a chiedere di prolungare la cura».

Il segreto della loro efficacia sta proprio nell’interrompere quel cortocircuito che spesso si viene a creare tra mente e intestino. Un’operazione che può essere condotta «anche attraverso lo yoga, la meditazione e gli esercizi di rilassamento. Tutti metodi utili a ritrovare l’equilibrio psicofisico, dirottando l’attenzione troppo spesso focalizzata in maniera ossessiva sulla pancia».

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