Salute

Mascherine: tutto quello che devi sapere

Superflue, anzi no. Usa e getta o lavabili. Con e senza filtro. Come orientarsi nella giungla di informazioni sull’oggetto più discusso nel 2020

Da quando il coronavirus è entrato nelle nostre vite, tutto è cambiato radicalmente.  Oggi, a dettare le regole dei rapporti umani non sono più le predisposizioni individuali, gli istinti e i sentimenti, bensì il cosiddetto distanziamento sociale e l’uso delle mascherine, che ergono una barriera protettiva tra noi e gli altri.

Sull’utilità del distanziamento convergono tutti gli esperti

Queste imposizioni trovano fondamento nella scienza? Per quanto riguarda il distanziamento, gli specialisti convergono sulla sua efficacia. Il coronavirus, infatti, si trasmette attraverso le goccioline, chiamate droplet. Sono prodotte dalla persona infetta attraverso la respirazione, la tosse, gli starnuti e la semplice fonazione. Queste particelle di saliva, che si disperdono nell’aria, tendono a cadere al suolo a distanze variabili in base alla loro dimensione, alla velocità con la quale vengono emesse e a diverse condizioni ambientali. Sebbene questi fattori siano mutevoli, l’Organizzazione mondiale della sanità stabilisce che, per non inalare le goccioline emesse da chi potrebbe avere il Covid-19, bisognerebbe mantenere una distanza di almeno un metro, che può aumentare fino a due a seconda dei contesti in cui si applica.

Gruppo San Donato

Mascherine: posizioni ancora contrastanti

Sulla questione mascherine, invece, la querelle ha tenuto banco per settimane. Si è passati dallo scoraggiarne l’utilizzo in assenza di sintomi, all’obbligo di indossarle a prescindere dal proprio stato di salute. Di fronte a tanta confusione (medica e mediatica) la domanda che ci si è posti più spesso in queste settimane è se chi sta bene e non ha mai manifestato alcun sintomo della malattia debba comunque indossarle. Epidemiologi, infettivologi e virologi sono sempre stati concordi sulla capacità delle mascherine, indossate dal paziente ricoverato o in isolamento domiciliare, di trattenere il Sars-CoV-2, arginandone la diffusione «in uscita» e riducendo il contagio tra operatori sanitari e familiari. Non si può dire certo la stessa cosa per l’individuo sano che, per evitare di entrare in contatto con il coronavirus, indossa una protezione sul viso.

Gli specialisti, che ormai monopolizzano i palinsesti televisivi da mesi, si sono lungamente divisi sulla faccenda. Anche perché non esistono ancora studi clinici che abbiano dimostrato l’utilità di questi dispositivi nella popolazione generale.

Lo studio di Hong Kong sull’efficacia delle mascherine

E mentre diversi team di ricercatori sparsi in tutto il mondo stanno avviando sperimentazioni in tal senso, da Hong Kong arrivano i risultati di uno studio condotto su 52 criceti, che ribadisce che il virus è trasportato dalle correnti d’aria e che le mascherine sono fondamentali per ridurre il rischio di contagio.

In particolare gli esperti hanno suddiviso gli animali in due gruppi, quelli sani e quelli con il virus Sars-CoV-2. Li hanno messi in due gabbie e hanno riprodotto tre scenari. Nel primo hanno posizionato una mascherina chirurgica solo sulla gabbia dei criceti ammalati, dirigendo il flusso d’aria da questi verso quelli sani. Dopo sette giorni di osservazione, i ricercatori hanno scoperto che poco più del 16% degli animali sani aveva contratto il virus. Poi gli studiosi hanno apposto la mascherina sulla gabbia dei criceti in salute, mantenendo invariata la corrente d’aria. In questo caso il 35% di quelli sani si era infettato. Infine, nel terzo e ultimo scenario, le gabbie sono rimaste sprovviste di protezioni, tanto che oltre il 66% dei piccoli roditori sani è risultato positivo al Sars-CoV-2.

Come sottolineano i ricercatori, l’esperimento dimostra che i numeri del contagio sono nettamente inferiori quando sono presenti le mascherine, sia se indossate solo dai malati sia da chi non ha l’infezione, rispetto a quando queste mancano totalmente. Inoltre gli studiosi hanno riscontrato che i criceti infettati nel terzo scenario avevano contratto il virus in forma più grave rispetto a quelli che si erano ammalati nelle due situazioni precedenti.

In via cautelativa vanno usate

«In attesa di ulteriori conferme dalla comunità scientifica, sulla base di queste prime evidenze possiamo affermare che, nel dubbio di ritrovarsi a contatto con una persona ammalata, è sempre meglio avere una protezione in più e coprire il naso e la bocca con una mascherina. Senza però dimenticare che questo è uno strumento complementare e non sostitutivo delle altre misure cautelative, cioè il distanziamento fisico e l’igiene delle mani». Antonio Di Biagio è dirigente medico della clinica di malattie infettive e tropicali dell’Ospedale Policlinico San Martino e ricercatore in malattie infettive dell’Università degli Studi di Genova, nonché già membro eletto della Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit).

Mascherine e asintomatici

Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, un’agenzia che monitora lo stato delle patologie infettive in Europa, ha recentemente pubblicato un rapporto che conferma l’utilità dell’uso di mascherine in pubblico. Sono utili specialmente negli spazi chiusi e affollati. Riducono l’emissione di goccioline da individui infetti che non hanno ancora sviluppato sintomi (pre-sintomatici) o che rimangono del tutto asintomatici.

«Forse questo è uno dei punti centrali della discussione. Alcune persone, infatti, credono di essere sane perché hanno disturbi sfumati, non direttamente riconducibili all’infezione, o addirittura non manifestano alcun tipo di problema. In realtà poi si scopre – e i casi di cronaca lo testimoniano – che sono anch’esse affette da Covid-19. Ecco, senza un’adeguata barriera protettiva questi individui potrebbero, seppur inconsapevolmente, contagiare tutti quelli con cui entrano in contatto. E questo vale soprattutto nei contesti nei quali la distanza di uno o due metri non è applicabile. Stiamo parlando di luoghi come gli studi odontoiatrici o i centri estetici, dove, per la natura intrinseca di queste professioni, si verifica un contatto ravvicinato tra le persone».

Cos’è il controllo della sorgente?

Nella stessa direzione vanno anche i lavori di alcuni ricercatori statunitensi che, per spiegare l’importanza dei dispositivi di protezione, hanno realizzato una sintesi per il grande pubblico, tradotta in italiano dalla Fondazione Gimbe. In questa analisi non solo si sottolinea la necessità di far indossare a tutti una mascherina per evitare che persone pre-sintomatiche e asintomatiche possano diffondere inconsciamente il virus, ma si pone l’attenzione anche sulla possibilità di attuare il cosiddetto «controllo della sorgente». Gli studiosi, cioè, ritengono che sia più facile bloccare le goccioline contenenti il virus appena escono dalla bocca, parando loro davanti un ostacolo che possa trattenerle, piuttosto che arginarle quando si disperdono nell’aria in maniera variabile.

Infine, il team di ricerca sostiene che, contrariamente a quanto si tende a pensare, la mascherina non deve necessariamente arrestare ogni singola particella virale emessa, ma più ne blocca e maggiore è la riduzione della diffusione del Sars-CoV-2. Gli effetti complessivi dell’uso di questi dispositivi nella popolazione generale dipendono quindi dall’efficacia degli stessi e dalla percentuale di chi realmente li utilizza. «Non va poi dimenticato che indossare una mascherina costituisce un ulteriore deterrente dal toccarsi, anche inconsapevolmente, naso, occhi e bocca con le mani. Se queste sono contaminate, infatti, possono essere un pericoloso veicolo dell’infezione».

Diversi tipi di mascherine

Obblighi ministeriali a parte, le evidenze finora raccolte sembrano dunque promuovere l’adozione di questi presidi su larga scala. Le ragioni sono tre:

  1. evita che il malato infetti operatori sanitari e familiari (nel caso di un ricovero o di un isolamento domiciliare);
  2. contiene la diffusione del virus da parte di persone pre-sintomatici e asintomatici;
  3. protegge ulteriormente gli individui sani.

«Abbiamo capito che coprire naso e bocca è sempre meglio che non farlo affatto, ma la capacità di protezione varia da un dispositivo all’altro. Le mascherine, infatti, si dividono in due (o meglio tre, come vedremo più avanti) categorie:

  1. i dispositivi medici (DM), che comprendono le mascherine chirurgiche,
  2. i dispositivi di protezione individuale (DPI), nei quali si inseriscono le mascherine con la sigla FFP che sta per “filtering face piece”, cioè maschera filtrante.

Le mascherine chirurgiche

Quelle chirurgiche sono mascherine a uso medico, pensate in origine per proteggere il paziente in ambito ospedaliero o ambulatoriale. Grazie alla loro funzione filtrante verso l’esterno, in epoca di coronavirus possono essere indossate dal malato perché sono in grado di bloccare il 95% dei virus in uscita. Questa tipologia di mascherine, perfetta per chi ha contratto il virus e non deve diffonderlo, fornisce una minima protezione anche a chi è sano e le usa come misura preventiva. In questo caso la capacità filtrante dall’esterno verso chi le indossa è del 20-30%.

Le mascherine chirurgiche sono formate da tre strati di tessuto-non-tessuto (tnt), costituito da fibre di poliestere o polipropilene:

  1. quello più esterno, che di solito è di colore azzurro o verde più scuri, conferisce resistenza al dispositivo e spesso ha subito un trattamento idrofobo;
  2. lo strato intermedio svolge la vera funzione filtrante;
  3. quello interno, che aderisce al naso e alla bocca, protegge il viso dal filtro.

Come ricorda l’Istituto superiore di sanità, quando si acquistano le mascherine chirurgiche bisogna assicurarsi che abbiano il marchio CE e le caratteristiche richieste dalla norma UNI EN ISO 14683:2019. Vuol dire resistenza a schizzi liquidi, traspirabilità, efficienza di filtrazione batterica e pulizia da microbi.

Mascherine filtranti, solo per gli operatori 

Ci sono poi le maschere facciali FFP1, FFP2 e FFP3, disponibili con o senza valvola. Sono state pensate per proteggere l’uomo da polveri, gas e fumi in ambito industriale. Sono state però adattate anche all’uso sanitario, specialmente nei reparti di malattie infettive, perché hanno un’elevata funzione filtrante.

«Quelle senza valvola proteggono sia chi le indossa, sia gli altri. In entrambe le direzioni, cioè dall’esterno verso la mascherina e viceversa, le FFP1 hanno una capacità filtrante del 72%, le FFP2 del 92% e le FFP3 del 98%. Tutti potrebbero indossarle, ma sono tendenzialmente riservate agli operatori sanitari, ai medici di famiglia e ai soccorritori. Questi dispositivi, infatti, proteggono enormemente ma sono spesso mal tollerati perché l’aria espirata si accumula all’interno, rendendo più difficoltosa la respirazione. Quelle con la valvola, invece, tutelano solo chi le indossa ma non le altre persone. Dalla fessura posta al centro della maschera, infatti, esce il respiro e, se presente, anche il virus. Per questo motivo i dispositivi con valvola devono essere indossati solo ed esclusivamente dal personale medico e non dalla popolazione generale nella quale, come abbiamo visto, ci sono anche soggetti pre-sintomatici e asintomatici».

Questi dispositivi di protezione individuale sono realizzati con tessuti-non-tessuti e sono anch’essi formati da tre strati:

  1. quello più esterno difende dalle goccioline più grandi,
  2. quello intermedio filtra i droplet più piccoli,
  3. quello interno, che aderisce al naso e alla bocca, protegge la mascherina dall’umidità creata con la respirazione.

Anche questi presidi devono sempre avere il marchio CE e devono essere prodotte nel rispetto della norma tecnica UNI EN 149:2009.

Mascherine di comunità, di flanella o di cotone

Oltre a queste due categorie di mascherine ne è emersa recentemente un’altra. Come prevede il Dpcm del 26 aprile, infatti, per contenere la diffusione di Sars-CoV-2 «possono essere utilizzate mascherine di comunità o mascherine monouso o mascherine lavabili. Possono essere anche auto-prodotte, in materiali multistrato idonei a fornire una adeguata barriera».

Come fa sapere l’Istituto superiore di sanità, questi presidi non devono essere considerati né dei dispositivi medici né tanto meno dei dispositivi di protezione individuale. Sono solo una misura igienica utile a ridurre la diffusione del coronavirus. Queste maschere possono essere acquistate o realizzate in casa. A oggi non vi sono però riferimenti normativi che ne identificano requisiti e caratteristiche. A tal proposito l’UNI (Ente Italiano di Normazione) e il Politecnico di Torino sono al lavoro per definire una prassi di riferimento. In pratica vogliono definire i requisiti di sicurezza e qualità. In questo modo garantiscono le prestazioni di un prodotto che presumibilmente accompagnerà gli italiani per i mesi a venire.

Quali sono i materiali migliori?

In attesa, però, di ulteriori indicazioni quali sono i materiali migliori per produrre una mascherina di comunità? I giornalisti del New York Times sono stati gli unici a stilare una classifica di efficacia sulla base di alcuni test condotti da laboratori e istituti di ricerca americani.

  • Quelle realizzate in cotone e flanella sono sicuramente le più performanti, al pari di una mascherina chirurgica, quindi in grado di bloccare circa il 95% della carica virale.
  • Molto buoni anche i presidi realizzati con panni di carta (filtrano il 96% di droplet) o fogli di carta (87%),
  • federe e lenzuola (90%),
  • jeans e tela (90%),
  • imbottitura per reggiseno (76%),
  • borse in polipropilene (73%).
  • Meglio evitare, invece T-shirt, sciarpe e bandane perché, stando ai risultati riportati dal quotidiano Usa, non offrono molta protezione.

Mascherine: come riutilizzarle?

Molti si chiedono se le chirurgiche, le FFP e quelle di comunità possano essere riutilizzate oppure no. «Le mascherine possono essere monouso, marcate con la dicitura NR, oppure riutilizzabili, con marchio R. Quelle che possono essere utilizzate più volte, che solitamente sono le chirurgiche e quelle di comunità, devono essere messe in una busta di plastica in attesa delle operazioni di lavaggio, non vanno lasciate in tasca o appoggiate su mobili e ripiani. Se sono presenti, bisogna seguire le indicazioni del produttore, altrimenti si può procedere con un lavaggio a 60 gradi con comune detersivo».

Il lavaggio se possibile è la soluzione migliore

In alternativa si possono lasciare all’aria aperta per qualche giorno, ci si può passare il vapore del ferro da stiro o spruzzarci sopra soluzioni idroalcoliche al 60-70%, anche se a oggi mancano prove scientifiche in grado di validare questi metodi. Quindi, se possibile, il lavaggio resta sempre la soluzione migliore. «Di solito la mascherina chirurgica usa e getta dura indicativamente una giornata lavorativa. Se la si indossa solo per andare a fare la spesa o per portare fuori il cane, la si può anche riutilizzare fino al raggiungimento del limite massimo. Vige il buon senso, insomma. Invece le FFP, indossate perlopiù dal personale medico, possono essere sanificate in ambito ospedaliero o gettate dopo il proprio turno di lavoro».

Come ricorda Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto superiore di sanità, le mascherine vanno smaltite con i rifiuti indifferenziati ma sempre poste prima dentro un sacchetto chiuso, per evitare contatti da parte degli operatori ecologici.

E i bambini? Mai sotto i due anni

E con i bambini come ci si deve comportare? «Di fatto, anche se non c’è un’imposizione ministeriale, già a partire dai due anni d’età sarebbe meglio mettere una protezione su naso e bocca del piccolo. Questo specie se ci si debba recare in ospedale o in uno studio medico o ci si trovi in contesti nei quali è difficile mantenere le distanze di sicurezza, come in un parco giochi o in un centro estivo». Susanna Esposito è presidente dell’Associazione mondiale per le malattie e i disordini immunologici (WAidid) e professore ordinario di pediatria all’Università di Parma.

«Bisogna ricordare, infatti, che anche i bambini possono ammalarsi di Covid-19, seppur nella gran parte dei casi in forma più lieve, ed essere contagiosi. Per la fascia d’età dai due ai sei anni, però, non esistono presidi adeguati che aderiscano bene al viso. Dunque si può optare per le mascherine di comunità in cotone o chiffon, che poi possono essere lavate in lavatrice a 60 gradi. Per i più grandicelli, invece, ci sono le mascherine pediatriche. Sono più piccole rispetto a quelle degli adulti, spesso sono colorate e decorate con disegni, in modo da invogliare il bimbo a indossarle. Sotto ai due anni, invece, i bambini non devono assolutamente indossare mascherine non solo per la difficoltà che questo gesto comporta, ma anche per il rischio di soffocamento».

Niente protezione durante lo sport  

Un’ultima osservazione va riservata agli sportivi. Chi dopo l’orario di lavoro si infila le scarpe da jogging o salta in sella alla sua bici per allenarsi in un contesto urbano, dove è facile entrare in contatto con altre persone, non ha l’obbligo di indossare la mascherina, anche se alcune ordinanze regionali impongono di utilizzarla prima e dopo il training.

Come evidenzia anche il decreto, infatti, in questi casi bisogna accertarsi di rispettare la distanza di almeno due metri, se si svolge attività sportiva, e di un metro, se si pratica semplice attività motoria. «Da medico e runner quale sono condivido appieno questa regola. Per fare esercizio ad alta intensità bisogna inalare ossigeno e buttar fuori anidride carbonica più velocemente rispetto a una situazione di riposo. Se si indossa la mascherina, anche solo quella chirurgica, tra questa e il viso si accumula l’anidride carbonica emessa in fase espiratoria, che poi si re-inspira a scapito dell’ossigeno. Così facendo si può andare incontro a fame d’aria, capogiri, tachicardia, aumento della frequenza respiratoria fino, in alcuni casi, allo svenimento. Quindi, niente protezione quando si fa sport, ma rispettare la distanza di sicurezza è d’obbligo».

I disagi per gli occhi

Secchezza, irritazione, prurito. È vero che la mascherina, soprattutto se indossata a lungo nell’arco della giornata, può provocare disturbi oculari più o meno importanti? «L’uso di questi dispositivi non costituisce un pericolo per gli occhi, nel senso che non può causare una grave situazione patologica». Filippo Cruciani è referente scientifico di Iapb Italia onlus – Agenzia Internazionale per la prevenzione della cecità. «Tuttavia l’aria espirata potrebbe contenere microrganismi saprofiti in grado di raggiungere il sacco congiuntivale, alterare la flora batterica e causare una congiuntivite. Questo soprattutto nel caso in cui la mascherina non aderisse bene al viso e si discostasse leggermente dal naso. Anche se non ci sono ancora molte evidenze scientifiche in tal senso, si tratterebbe comunque di una forma lieve che un normale collirio antibiotico risolverebbe facilmente.

«Un’altra evenienza possibile, questa descritta in letteratura, è un’alterazione quantitativa o qualitativa del film lacrimale, dovuta anch’essa alla concentrazione di aria emessa in fase espiratoria a livello oculare. In questo caso si potrebbero avvertire bruciore, secchezza, sensazione di corpo estraneo e fotofobia, con necessità di ricorso a colliri a base di sostituti lacrimali».

L’appannamento degli occhiali

Un fastidio particolarmente insidioso è il frequente appannamento degli occhiali con conseguente annebbiamento visivo. «La mascherina, specialmente se non indossata correttamente, ostacola l’emissione dell’aria espirata e la convoglia verso l’alto. Qui trova negli occhiali un ulteriore ostacolo e va a condensarsi sulle lenti». «Ciò si verifica maggiormente quando si parla e quando il respiro si fa più profondo. Si è costretti allora a sfilare gli occhiali e a pulirli. Per evitare che questo accada bisognerebbe cercare di far aderire meglio la mascherina al naso, al limite della palpebra inferiore, magari piegando il lembo superiore verso l’interno. In alternativa, per creare un effetto protettivo che impedisca agli occhiali di appannarsi per qualche ora, si può ricorrere a uno spray anti-appannamento disponibile in commercio. Oppure si possono lavare le lenti con acqua e sapone prima di indossare il dispositivo medico».

Come prendersi cura della pelle del viso

La mascherina è una preziosa alleata della salute, ma talvolta può creare problemi alla pelle, tanto che è stato coniato il neologismo maskne. «Sebbene siano realizzati con materiali non allergizzanti né tossici, questi dispositivi, soprattutto se indossati per molte ore al giorno, possono provocare l’insorgenza di disturbi da sfregamento, come irritazioni, arrossamento, pruriti, acne e dermatiti, e da occlusione, come follicolite in sede periorale». Mariuccia Bucci è dermatologo plastico e responsabile scientifico dell’International-Italian Society of Plastic-Aesthetic and Oncologic Dermatology (ISPLAD).

Fondamentale la pulizia della pelle

«Per prevenire la comparsa di questi fastidi ed evitare che si aggravino se già presenti, bisogna detergere la pelle prima e dopo l’utilizzo della mascherina utilizzando acque micellari, creme lavanti o latti detergenti delicati, ricchi di sostanze emollienti. Da evitare, invece, i prodotti medicati con antimicrobici. In questi casi non solo non sono efficaci, ma tendono anche a seccare e a irritare ulteriormente la cute. Al mattino, prima di indossare la mascherina, si deve applicare una crema idratante leggera, non pastosa, che possa idratare senza creare una barriera occlusiva aggiuntiva. Quando si rimuove il presidio dal viso, dopo la detersione, bisogna preferire una crema più corposa e lenitiva, magari con estratti di camomilla o calendula. Si possono scegliere anche prodotti anti-arrossamento nel caso la cute tendesse a coprirsi di chiazze rossastre».

La follicolite

Purtroppo l’umidità che si crea all’interno della mascherina favorisce la proliferazione dei batteri provenienti da naso e bocca e ciò può causare una follicolite. «In questi casi può essere necessario un antimicrobico, da limitare al massimo perché tende a seccare la pelle». Gli uomini, invece, come devono comportarsi con la barba? Possono tenerla o questa non va d’accordo con la mascherina? «Dovendo indossare una protezione sul viso, sarebbe meglio radersi», consiglia Bucci. «La barba, infatti, è già di per sé un veicolo di batteri. Con l’aria stagnante che si forma all’interno della maschera a causa della respirazione vi è una maggiore proliferazione di microrganismi. Inoltre barba e baffi impediscono al dispositivo di aderire bene al volto, con il rischio che questo si sposti continuamente e non offra una protezione adeguata».

I modelli per sordomuti

Mascherine in stoffa con la parte centrale in plastica trasparente per consentire alle persone sordomute di leggere il labiale. La prima a sviluppare questa idea è stata Ashley Lawrence. La studentessa della Eastern Kentucky University voleva realizzare dei dispositivi che fossero in grado di proteggere questi individui dal Covid-19 senza dover rinunciare alle loro modalità di comunicazione. Il suo Dhh Project (Deaf and hard of hearing project, cioè progetto per sordi e ipoudenti) non solo ha riscontrato successo oltreoceano, dove la ragazza ha avviato la produzione, ma ha anche convinto altre persone nel resto del mondo a fare la stessa cosa. In Italia, ad esempio, le iniziative di questo tipo si moltiplicano di giorno in giorno.

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