
L’uso di cannabis nel corso della vita potrebbe essere associato, in età adulta e nella mezza età, a un maggiore volume di alcune aree cerebrali coinvolte in memoria, apprendimento ed emozioni. È quanto emerge da un ampio studio pubblicato sul Journal of Studies on Alcohol and Drugs, che riapre il dibattito sugli effetti a lungo termine della marijuana sulla salute del cervello.
Sebbene in passato numerose ricerche abbiano evidenziato un impatto negativo della cannabis sulle funzioni cognitive – soprattutto in età adolescenziale – questi nuovi dati suggeriscono che, almeno in caso di uso moderato, gli effetti nel lungo periodo potrebbero essere differenti.
In questo articolo
Cannabis e facoltà cognitive: cosa significa per la salute pubblica?
Lo studio pubblicato sul Journal of Studies on Alcohol and Drugs apre nuovi scenari nel dibattito sugli effetti della cannabis sul cervello.
Tuttavia:
- Non è un invito al consumo.
- Non chiarisce quali dosaggi siano “moderati”.
- Non distingue tra uso terapeutico e ricreativo.
- Non tiene conto delle possibili conseguenze cardiovascolari.
Servono ulteriori ricerche per comprendere meglio il ruolo dei diversi cannabinoidi e per stabilire se la cannabis possa realmente avere un effetto protettivo contro il declino cognitivo legato all’età. Per ora, il messaggio è prudente: la relazione tra cannabis e salute cerebrale è complessa e dipende dall’età, dal dosaggio e da molte variabili individuali.
Cannabis e volume cerebrale: cosa ha scoperto lo studio
I ricercatori hanno analizzato i dati di oltre 25.000 persone tra i 40 e i 77 anni, valutando la relazione tra consumo di cannabis nel corso della vita e struttura cerebrale.
I risultati mostrano che un uso moderato di cannabis è correlato a un aumento del volume in alcune aree chiave del cervello:
- Ippocampo (memoria e apprendimento),
- Amigdala (regolazione delle emozioni),
- Caudato e putamen (controllo motorio e funzioni esecutive).
Si tratta di regioni particolarmente vulnerabili ai processi di atrofia cerebrale legati all’invecchiamento e, nel caso dell’ippocampo, strettamente associate al rischio di declino cognitivo e demenza.
Migliori performance cognitive nei consumatori moderati
In un secondo campione di 16.728 individui, i ricercatori hanno valutato anche le performance cognitive. Ancora una volta, l’uso moderato di cannabis è risultato associato a:
- Migliore velocità di elaborazione,
- Migliore memoria a breve termine,
- Migliori capacità di apprendimento.
Secondo l’autrice dello studio, Anika Guha, i risultati sono stati in parte sorprendenti, perché contrastano con l’idea diffusa che la cannabis sia sempre associata a un peggioramento cognitivo.
Un dato interessante è che effetti positivi sono stati osservati anche in persone che non consumavano cannabis da decenni, suggerendo possibili effetti a lungo termine.
Cannabis e recettori CB1: un possibile meccanismo biologico
Sebbene il meccanismo non sia ancora chiaro, gli autori sottolineano che tutte le aree cerebrali coinvolte presentano un’alta concentrazione di recettori CB1, i principali siti di legame dei cannabinoidi come il THC (tetraidrocannabinolo).
L’attivazione dei recettori CB1 potrebbe:
- Modulare la risposta infiammatoria,
- Influenzare il sistema immunitario,
- Contrastare la neurodegenerazione.
Questi effetti potrebbero teoricamente contribuire a ridurre l’atrofia cerebrale legata all’età, un processo associato a patologie come la demenza.
Cannabis e facoltà cognitive: rischi in adolescenza, possibili benefici in età adulta?
Gli autori concludono che la cannabis potrebbe influenzare la salute del cervello in modo diverso nel corso della vita:
- Possibili rischi durante lo sviluppo cerebrale (adolescenza),
- Potenziale effetto protettivo in età più avanzata.
Questa ipotesi è coerente con precedenti ricerche che indicano come l’esposizione precoce alla cannabis possa interferire con la maturazione cerebrale, mentre l’impatto su un cervello già completamente sviluppato potrebbe essere differente.
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