
Vi è mai capitato di guidare da soli e iniziare a rimproverare ad alta voce un collega, o di ripetere mentalmente (e a fior di labbra) il discorso da fare a una riunione importante? Se la risposta è sì, fate parte di quel 61% di persone che sperimenta regolarmente il soliloquio.
Quello che un tempo veniva liquidato come un “pregiudizio scorretto” associato alla malattia mentale, oggi trova una spiegazione scientifica chiarissima dove la psicologia clinica e le neuroscienze convergono: parlare da soli è una pratica assolutamente normale, utile e diffusa.
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Il caso in tribunale: tra indizio e “finta confessione”
Il tema è tornato alla ribalta della cronaca in relazione al delitto di Garlasco e alla figura di Andrea Sempio. Nei contesti giudiziari, un soliloquio intercettato può essere considerato un indizio, ma come avverte Giuseppe Sartori, professore emerito di neuropsicologia forense all’università di Padova ed esperto in casi celebri (fu superperito nel caso di Erba): «Un indizio da solo non fa una prova, ma molti indizi concordanti e significativi possono essere la base di un giudizio di colpevolezza. In rari casi il soliloquio in un processo potrebbe essere considerato sostitutivo della confessione, ma bisogna stare attenti: persino le confessioni possono essere false, come dimostra il 20% delle assunzioni post-test del DNA negli Stati Uniti».
Ma come si distingue un pensiero ad alta voce legato a fatti reali da un semplice viaggio della mente?
I tre tipi di soliloquio: quando parliamo ad alta voce
Secondo il professor Sartori, esistono diverse categorie di soliloquio, ognuna con una funzione specifica per il nostro cervello:
- Soliloquio di processo: avviene quando risolviamo un problema (es. un calcolo matematico). Pronunciare le operazioni ad alta voce è una forma di autocontrollo che rende più facile individuare gli errori.
- Soliloquio di fatto: consiste nel rimuginare e rielaborare una vicenda realmente accaduta.
- Mind Wandering (Mente che vaga): un vero e proprio “laboratorio sociale” in cui il cervello immagina scenari futuri o passati (realtà controfattuale), anticipando dialoghi, reazioni e risposte ideali.
Una prova generale per ridurre l’ansia e riprendere il controllo
A confermare l’assoluta normalità di questo fenomeno è anche il professor Andrea Fossati, professore ordinario e Preside della Facoltà di Psicologia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, che racconta come persino gli esperti utilizzino questa tecnica prima di un appuntamento importante.
Sfruttando la natura altamente rappresentativa del pensiero umano, il soliloquio funge spesso da “prova generale” per testare il flusso delle parole, calibrare i toni ed evitare di farsi trovare scoperti.
I benefici psicologici del parlare da soli
Ecco quelli più diffusi:
- Riprendere il controllo: è un ottimo sfogo catartico. Ripensare a una lite mentre si è da soli in auto permette di “scaricare” la tensione ed evitare di sbottare durante incontri critici.
- Aiuto alla memoria: gli studi dimostrano che studiare e guidare sono le situazioni in cui si parla più spesso da soli. Ripassare ad alta voce fissa i concetti.
- L’auto come “bolla sicura”: l’abitacolo della macchina viene percepito come un ambiente isolato dall’esterno, favorendo la libertà di esprimere i pensieri ad alta voce senza il timore del giudizio altrui.
Soliloquio: quando diventa un problema?

La linea di demarcazione con la patologia è netta. Se il soliloquio comune è uno strumento di regolazione emotiva e cognitiva, nei casi di depressione o forte ansia può trasformarsi in una ruminazione disfunzionale o in idee intrusive. Nelle psicosi vere e proprie, invece, si assiste a dinamiche completamente diverse, come le allucinazioni.
Per la stragrande maggioranza della popolazione, tuttavia, nessuna paura: parlare con se stessi non è il primo sintomo di follia, ma il segnale di un cervello attivo che cerca di fare ordine nel proprio mondo.




