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Roberto Vecchioni: il mio dialogo con Dio dopo l’infarto

«Avevo 45 anni e vivevo come un kamikaze: alcol, fumo, stress. Un dolore al petto, la corsa in ospedale e le cure per l'ischemia cardiaca hanno creato un nuovo Roberto»

Un infarto, la paura, la scoperta di un nuovo se stesso. Ecco la confessione di Roberto Vecchioni a OK.

«E all’improvviso un tuffo al cuore. Una lama nel petto, il respiro mozzato. La corsa all’ospedale Cannizzaro di Catania. Poi la diagnosi: ischemia cardiaca. Sono in tournée in Sicilia e il mondo mi crolla addosso. È successo parecchi anni fa, ma gli stessi brividi freddi che ho sentito quel giorno li provo oggi, quando torno a raccontare questa storia. Perché ripercorro quei momenti? Perché la vita, se lo vuoi, ti dà le chance per imparare, per cercare di superare i tuoi limiti. Anche quando il limite è la malattia.
Quella dell’infarto è un’esperienza che segna il mio fisico, ma anche la mia anima, la mia testa. E io non voglio dimenticarla. Mi ha insegnato tanto e mi piacerebbe che qualcuna delle cose che ho imparato passasse anche a voi che leggete la storia.

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Mi sentivo infallibile,
il cuore mi ha tradito
Allora: ho 45 anni e sono un kamikaze. Mangio, bevo, fumo, mi stresso troppo. Non ascolto chi mi dice: “Roberto, fermati, ne va della tua salute”. Niente da fare. Mi sento infallibile, invincibile, insuperabile. Però il cuore sta già male: la mia vita sentimentale non va come dovrebbe.
Tiro avanti senza accorgermi che sto esagerando, che sto chiedendo troppo al mio corpo. Fino a quel giorno, fino al ricovero d’urgenza in pronto soccorso. L’ischemia viene presa in tempo, in ospedale mi curano bene.

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Il peggio (oggi dico il meglio) deve ancora venire. I medici mi dimettono presto, ma mi prescrivono di diventare un altro Roberto, un nuovo Roberto. Attenzione al cibo e all’alcol, poco stress, fumo zero, medicine tutti i giorni, seguire uno stile di vita sano. Un consiglio? No, un diktat. E io mi sento strano, fuori posto, guarito nel corpo ma a disagio.
Comincia a crescermi dentro la paura. La paura che non sarei più stato quello di prima. La paura che il male possa tornare da un momento all’altro, cogliermi nel sonno, rapirmi il cuore e non riportarmelo più indietro.
Decido che ho bisogno di un aiuto. All’inizio mi pesa, poi con maggiore serenità comincio a frequentare lo studio di uno psicoanalista. Uno che di anime e cuori ne dovrebbe sapere. E il suo aiuto è come un miele che addolcisce il petto, che lenisce le ferite. Le parole mi fanno bene più delle medicine che ho cominciato ad assumere.
Dopo poche sedute ho quasi smesso di fumare. Dico quasi perché, in realtà, ho abolito le sigarette ma non i sigari toscani. Oggi bevo poco alcol e mi sottopongo a check up completi periodicamente. Mi sono convinto che anche se mi tocca fare la coronarografia con regolarità, per controllare che le arterie siano sempre pulite, sono ancora padrone della mia esistenza.
Sì, sono sempre io, il Vecchioni battagliero che non si arrende davanti a niente. Passano gli anni. Prendo le medicine contro l’ipertensione. C’è un’unica pecca nella mia condotta da homo novus. La dieta. Quella anticolesterolo da manuale non riesco a seguirla. Non ce la faccio a star dietro a un regime troppo restrittivo, perché sono una buona forchetta e mangio con gusto. Ecco, sto attento a non eccedere: un giorno i vizi, il giorno dopo la regola.

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Per molto tempo vivo in pace col mio corpo e non mi preoccupo delle leggere aritmie che ogni tanto avverto. Fino a quando, siamo nel 2003, comincio a sentire dolori continui al petto e a una spalla. È il caso di farmi visitare. Mi prescrivono una lunga serie di esami clinici, dai quali risulta evidente che si deve operare al polmone.
C’è qualcosa, un corpo estraneo, una macchia, che non può stare lì dove l’hanno trovata. Dalla biopsia, per fortuna, sembra non sia niente di maligno, ma comunque va eliminato. Decidono di levarmi 12 centimetri di polmone. Sono crollato come dopo l’ischemia? No, ho imparato la lezione.

Il mio cammino spirituale
Chiuso con l’intervento, parto per l’Africa. Sto molti mesi a contatto con la povertà, con i bambini che non hanno niente se non la loro vita. È come compiere un altro passo in quel lungo percorso che è l’accettazione di sé e, insieme, la sfida dei propri limiti.
È anche un cammino spirituale. È il 2009, io sento l’esigenza di buttare fuori le mie riflessioni più intime e così scrivo un libro, Scacco a Dio.
La vita mi ha presentato il conto tutto insieme, io mi sono posto delle domande e quelle pagine sono la mia riposta. Mi sono ritrovato di nuovo pronto a lottare. “Dobbiamo difendere questa umanità anche se restasse un solo uomo”, ho cantato a Sanremo. E ho vinto».
Roberto Vecchioni (confessione raccolta da Maria Cristina Giongo per OK La salute prima di tutto di luglio 2011)

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