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Elisabetta Gregoraci: «Che ansia per mio figlio in ospedale!»

«Una telefonata mi raggela il sangue: Nathan Falco è caduto dal monopattino ed è con un braccio rotto a bordo di un’ambulanza...»

Un poeta libanese di fine Ottocento, Khalil Gibran, diceva che «mamma» è la parola più bella sulle labbra dell’umanità. E io, che nove anni fa ho dato alla luce il mio Nathan Falco, posso confermarlo e aggiungere: la maternità è il più grande privilegio della vita. Quando ho visto per la prima volta i suoi occhioni, così dolci e innocenti, ho capito che l’amore incondizionato di quel figlio avrebbe riempito e completato per sempre la mia esistenza, tanto che con lui si è creato fin da subito un rapporto simbiotico e meraviglioso. Sì, lo ammetto, sono piuttosto apprensiva e ciò mi porta a essere la classica mamma «chioccia», che riempie il suo bambino – per me lo è ancora, anche se ormai è quasi più alto di me – di raccomandazioni. E lui, come tutti i suoi coetanei, cosa ribatte? «Sì, me lo hai già detto, stai tranquilla» e puntualmente alza gli occhi al cielo, specialmente se sono presenti i suoi amici. D’altronde, dovendo spesso assentarmi per lavoro ed essendo Nathan un po’ impavido e spericolato, l’ansia è diventata una costante della mia vita.

Dopo la telefonata della tata il mio cuore andava a mille

Immaginatevi quindi la mia reazione quando, l’aprile scorso, la tata mi ha telefonato per dirmi che mio figlio era caduto rovinosamente dal monopattino e che lo avrebbero trasportato in ospedale con l’ambulanza. In quel momento la mia vista si è offuscata, il cuore ha iniziato a battere all’impazzata, ho avvertito un tremolio alle gambe e la mente ha cominciato a formulare mille pensieri diversi in una manciata di secondi. «Si sarà fatto male alla schiena? O peggio ancora, avrà battuto la testa?» continuavo a ripetermi in preda all’agitazione. Per una mamma, anche per quella più tranquilla, calma e permissiva, una notizia del genere raggela il sangue e manda completamente in tilt. Fino a quel momento, infatti, le uniche preoccupazioni – se vogliamo chiamarle così – erano derivate da banali influenze, mal di pancia, al massimo bronchiti: per un genitore disturbi d’ordinaria amministrazione, insomma (e di ordinaria preoccupazione…).

Gruppo San Donato

I medici mi hanno rassicurata

Fortunatamente mi trovavo a pochi chilometri dall’incidente, quindi mi sono precipitata da lui. Prima di riuscire a vederlo, lo staff medico di Monaco mi ha subito rassicurata e informata sulle sue condizioni di salute, dicendomi che il bambino si era «solo» rotto un braccio. Ho tirato un sospiro di sollievo e mi sono immediatamente tranquillizzata anche se, pensando al fortissimo dolore provato dal mio piccolo, mi si è attorcigliato lo stomaco e ho trattenuto a stento le lacrime. Nonostante indossasse casco, ginocchiere, gomitiere e polsiere Nathan, che non è riuscito a evitare la caduta, si è fatto male proprio a una delle parti del corpo prive di protezioni, procurandosi una frattura scomposta all’omero, cioè quell’osso che si estende dalla spalla al gomito. Poiché dopo l’impatto col terreno le ossa si sono spostate dalla loro sede naturale, si è reso necessario un intervento chirurgico per riallinearle e stabilizzarle. Anche in questa occasione, mio figlio ha dimostrato di essere già un ometto: nonostante stesse andando in sala operatoria, ha stretto i denti e non ha pianto, anzi… Ha sorriso a me e agli infermieri che si sono occupati di lui con garbo e dolcezza, mostrandoci tutto il coraggio dei suoi nove anni.

Dopo l’intervento Nathan ha dovuto indossare un tutore

Sebbene si trattasse di un’operazione di routine, i medici hanno preferito tenere in osservazione Nathan per una notte ma dal giorno seguente sarebbe potuto tornare a casa senza problemi, con la raccomandazione di indossare per due mesi un tutore che bloccasse temporaneamente il complesso braccio-spalla e il divieto assoluto di praticare attività fisica. Se per un adulto costituisce un grande sacrificio, per un bambino – che è sicuramente meno autonomo – lo è ancor di più. Fino a giugno inoltrato, infatti, mio figlio ha avuto bisogno di un supporto costante per ovviare al fatto che non potesse muovere e utilizzare l’arto superiore. Lo aiutavo non solo nella gestualità quotidiana, come lavarsi, vestirsi, pettinarsi, allacciarsi le stringhe delle sneakers, ma anche a scrivere sui quaderni e a svolgere i compiti a casa, visto che – al momento del fattaccio – l’anno scolastico era tutt’altro che finito. Sono stati 60 giorni abbastanza impegnativi anche perché, come sapranno tanti genitori, obbligare un bambino di pochi anni al riposo assoluto non è mai un’impresa semplice. Per Nathan, che ha l’argento vivo addosso, non è stato facile rinunciare ai suoi tuffi in piscina, alle sfrecciate sullo skateboard, alle partite di calcio e a correre libero nel verde. Attività, queste, che spesso amiamo fare insieme e che, per cause di forza maggiore, abbiamo dovuto sospendere.

Mio figlio è stato coraggioso e io ho voluto premiarlo

Al termine di questo periodo di stop è tornato in sala operatoria per rimuovere le viti all’omero e infine, come ultimo passaggio, si è dovuto sottoporre a un ciclo di fisioterapia, più che mai necessaria per rafforzare i muscoli indeboliti del braccio e ripristinarne la funzionalità. È stato un iter lungo e faticoso ma alla fine, dopo quattro mesi, Nathan ha ripreso appieno le sue attività ludiche e sportive, ritrovando le sue passioni di sempre. Devo ammettere – e questo non lo dico solo perché sono la sua mamma e quindi «di parte» – che si è comportato in maniera esemplare: non si è mai lamentato né del dolore né dei piccoli sacrifici che ha dovuto fare e non ha mai perso il sorriso. Per questo motivo ho voluto premiarlo, portandolo con me a Gallipoli al «Battiti Live» del luglio scorso, l’evento canoro che ho condotto in prima serata su Italia 1. Cerco sempre di portarlo con me, ma questo non è sempre possibile, specialmente se la scuola è in corso. Quella volta, però, complici le vacanze estive, ho fatto di tutto perché fosse presente dietro le quinte, anche perché ama la musica contemporanea e segue tutti i cantanti del momento. Quindi mi ha aiutata a mettere il microfono, mi ha supportata, ha incontrato i suoi idoli e, a spettacolo finito, è salito sul palco per salutare e intrattenere il pubblico, come un vero presentatore. Che abbia preso dalla sua mamma? Non lo so, ma intanto io mi godo gli anni più belli e spensierati con lui, che è l’uomo più importante della mia vita.

Il backstage dello shooting di Elisabetta Gregoraci

Elisabetta Gregoraci (testimonianza raccolta da Chiara Caretoni)

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Chiara Caretoni

Giornalista pubblicista, lavora come redattrice per OK Salute e Benessere dal 2015 e dal 2021 è coordinatrice editoriale della redazione digital. È laureata in Lettere Moderne e in Filologia Moderna all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha accumulato diverse esperienze lavorative tra carta stampata, web e tv, e attualmente conduce anche una rubrica quotidiana di salute su Radio LatteMiele e sul Circuito Nazionale Radiofonico (CNR). Nel 2018 vince il XIV Premio Giornalistico SOI – Società Oftalmologica Italiana, nel 2021 porta a casa la seconda edizione del Premio Giornalistico Umberto Rosa, istituito da Confindustria Dispositivi Medici e, infine, nel 2022 vince il Premio "Tabacco e Salute", istituito da SITAB e Fondazione Umberto Veronesi.
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