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Vivere alle Svalbard: Giulia Di Marino racconta come affronta notte polare, freddo estremo e isolamento

Tra mesi senza luce, sole che non tramonta mai e temperature artiche, la giovane italiana, conosciuta come @GiuliaAlPolo, spiega come si vive a 1.316 chilometri dal Polo Nord

Provate a immaginare un posto dove per quattro mesi il sole non sorge mai ma poi, quando torna a fare capolino, splende anche a mezzanotte, in un cielo che per oltre 120 giorni non conosce tramonti. Un luogo in cui non esistono semafori perché le strade si contano sulle dita di una mano, i pacchi ordinati online arrivano solo se le condizioni meteo lo consentono, gli alberi non crescono a causa del suolo perennemente ghiacciato e i gatti sono proibiti perché, se ci fossero, attenterebbero alla precaria fauna volatile.

Pensate a un territorio remoto, in cui l’oceano solletica i piedi a ghiacciai millenari, il vento soffia implacabile dalla calotta glaciale e le montagne si affacciano su fiordi spettacolari. Quel posto esiste davvero, e si chiama Longyearbyen.

Longyearbyen, la città abitata più a Nord del mondo dove gli orsi polari superano gli abitanti

Questa cittadina, che accoglie circa 2.500 abitanti di almeno 30 nazionalità diverse, si trova a Spitsbergen, l’isola più grande dell’arcipelago norvegese delle Svalbard. Situata 78 gradi sopra l’Equatore, a soli 1.316 chilometri dal Polo Nord, Longyearbyen è una delle terre abitate più settentrionali del mondo. Qui la natura non è uno sfondo scenografico ma presenza assoluta, che detta legge su attività e spostamenti umani: gli orsi polari, ad esempio, sono più numerosi degli abitanti, tant’è che portare con sé un fucile fuori dal centro abitato è una precauzione necessaria.

In inverno, poi, quando la luce sparisce nella lunga notte polare, le temperature possono crollare fino a -40 gradi, obbligando chiunque voglia sopravvivere a vestirsi ed equipaggiarsi adeguatamente. E ancora, quando la neve cade copiosa non solo ci si deve muovere in motoslitta – che qui sta come la bicicletta ad Amsterdam – ma si è anche costretti ad avere sempre con sé un gps, per orientarsi soprattutto se si esce dall’area urbana, e un dispositivo anti-valanghe che, nei casi estremi, può fare la differenza tra la vita e la morte.

Perché Giulia Di Marino ha scelto di vivere alle Svalbard

giulia di marino, conosciuta come giuliaalpolo, mentre accarezza il suo cane tra neve e ghiacciai
Perché Giulia Di Marino ha scelto di vivere alle Svalbard – www.ok-salute.it

Tra coloro che hanno scelto di vivere qui, c’è anche Giulia Di Marino, triestina di 29 anni, che alla fine del 2022 si è trasferita in questo lembo di terra, decisamente Ai confini del mondo (è il titolo del suo libro, edito da Mondadori) per lavorare nella reception di un albergo. Inizialmente doveva essere un’esperienza di vita diversa dal solito, di quelle che sì lasciano il segno ma rappresentano comunque una parentesi temporanea. E invece Giulia si è innamorata della maestosità del Nord e da Longyearbyen non se n’è più andata: così sono arrivati una casetta in legno, una nuova relazione, il cagnolino Foxy e altri progetti lavorativi (tra cui la pagina Youtube @GiuliaAlPolo).

In un posto tanto assurdo in cui per legge non si può né nascere (nell’unico ospedale presente non esiste un reparto maternità, pertanto le partorienti vengono trasferite in Norvegia) né morire (il terreno perennemente ghiacciato non consente sepolture, quindi anche in questo caso si ricorre alla terraferma), la giovane sta mettendo radici.

Ma cosa significa accettare che la natura sia la protagonista indiscussa, sfidare un freddo anche solo difficile da immaginare, vivere al buio e poi inondati di luce per mesi e ridefinire le proprie priorità e paure?

Tra orsi polari, valanghe e motoslitte: i pericoli della vita nell’Artico

nella foto di sinistra c'è giulia di marino sulla motoslitta; nella foto di destra giulia di marino cammina nelle neve delle svalbard
Giulia Di Marino – www.ok-salute.it

Partiamo proprio da qui: da quando vive alle Svalbard, la paura ha assunto un significato diverso?

«Prima di trasferirmi avevo timori indefiniti, spesso legati a ciò che non conoscevo. Da quando sono qui, le paure sono reali: una motoslitta che si guasta lontano da casa, trovarsi a tu per tu con un orso polare, non riuscire più a orientarsi nella neve. Preoccupazioni che ci ricordano che la natura è sovrana e che bisogna sempre avere la “testa sulle spalle”, senza mai sottovalutare il contesto in cui ci si trova».

Quali sono i pericoli ai quali si può realmente andare incontro?

«Vivo in una comunità piccola e sicura, dove non esistono rischi costanti. I pericoli emergono soprattutto quando ci si avventura fuori dal centro abitato, nell’entroterra delle Svalbard. In quei casi possono esserci valanghe, burroni nei quali si può cadere con la motoslitta o banchisa non sufficientemente spessa per essere attraversata in sicurezza. A tutto questo si aggiunge la presenza dell’orso polare, tutt’altro che simbolica».

Ci sono comportamenti che oggi considera normali, ma che prima le sarebbero sembrati assurdi?

«Sì, un esempio è preparare e portare un’arma quando esco dall’area urbana. Ovviamente non si tratta di andare a caccia, ma di avere uno strumento di difesa da usare solo in caso di necessità. Oltre a questo, saper
accendere un fuoco, guidare una motoslitta in condizioni difficili come il “whiteout” (quando il cielo nuvoloso si confonde col terreno innevato rendendo impossibile l’orientamento, ndr) lasciare la porta di casa sempre aperta nel caso in cui qualcuno dovesse rifugiarvisi per scappare da un orso, indossare un dispositivo anti-valanghe sotto alla tuta».

Quanto è importante la pianificazione, anche delle attività più semplici?

«È fondamentale. Se si rimane nel centro abitato, è sufficiente controllare le previsioni per organizzare al meglio gli spostamenti. Questo, però, potrebbe non bastare se si esce dal paese, dal momento che il meteo cambia molto rapidamente e in maniera imprevedibile. Pertanto bisogna portare sempre con sé un gps – e ognuno deve avere il suo – ma anche un thermos di acqua calda, una coperta termica e del cibo disidratato in busta. Sempre meglio avere anche una torcia frontale, come quella usata dai minatori».

Assistenza sanitaria alle Svalbard: come funziona l’ospedale più a Nord del mondo

svalbard hospital
L’ospedale di Longyearbyen – isole Svalbard

A proposito di timori: sapere che alle Svalbard esiste un ospedale con soli sei posti letto le crea dell’ansia?

«Onestamente, no. So che, in caso di necessità, verrei trasportata sulla terraferma norvegese per ricevere cure adeguate e questo mi fa sentire tranquilla. I pochi letti dei quali l’ospedale dispone sono destinati alle emergenze e per questo motivo vengono tenuti liberi il più possibile; quando un paziente ha bisogno di assistenza prolungata, viene trasferito in Norvegia continentale con un aereo medico attrezzato. È chiaro che esistono situazioni che non possono aspettare i tempi del trasporto aereo, ma questo è un rischio che si deve accettare vivendo qui».

Come funziona l’assistenza sanitaria quotidiana?

«Oltre al pronto soccorso, con personale formato per affrontare le emergenze e predisporre eventualmente i trasferimenti sulla terraferma, l’ospedale ospita il medico di base e il dentista. Qui si possono fare anche prelievi del sangue, radiografie semplici e vaccinazioni. Mancano però i reparti specialistici e non c’è la possibilità di sottoporsi agli esami più avanzati, come Tac o risonanza. Per queste prestazioni bisogna rientrare in continente».

Freddo estremo nell’Artico: come vestirsi per proteggersi dal gelo

Il freddo è estremo. Come ci si veste per affrontare il clima artico?

«Io lo soffro moltissimo: a contatto con la pelle indosso soprattutto capi in lana, eccellenti per mantenere il calore. Poi utilizzo più strati, in lana e materiale tecnico, fino ad arrivare alla tuta pesante da neve. Ai piedi porto una o due paia di calze, spesso con scaldapiedi tra la calza e la scarpa, e gli stivali. Non mancano mai sottoguanti e guanti, berretto, balaclava e, se esco in motoslitta, casco e goggles (la maschera protettiva per gli occhi, ndr)».

Notte polare: gli effetti su sonno, energia e vitamina D

Notte polare a Longyearbyen - Svalbard
Notte polare a Longyearbyen – Svalbard – www.ok-salute.it

Quanto ha impiegato ad adattarti al buio della notte polare?

«Conosco persone che, a causa dell’alterazione del ritmo sonno-veglia, hanno faticato parecchio ad abituarsi, al punto che al termine della loro esperienza lavorativa hanno deciso di lasciare le Svalbard. Personalmente non ho avuto problemi, anzi: vivo questo periodo dell’anno, che va da novembre a fine gennaio, come una sorta di pausa. Si crea naturalmente quell’atmosfera calda che i danesi chiamano “hygge”: mentre fuori regna il buio, in casa si accende una candela profumata, si legge un libro sotto a una coperta o ci si ritrova con gli amici a bere una cioccolata. L’assenza di luce, questi piccoli rituali e il fatto che il ritmo della vita comunitaria stessa si faccia più calmo mi aiutano a tenere sotto controllo quella foga di fare, che oggi viene definita “FOMO” (Fear Of Missing Out, ndr), e che mi ha sempre caratterizzata».

E per quanto riguarda il sonno, ha notato dei cambiamenti?

«No, riesco a dormire bene e tendenzialmente di giorno riesco a non assopirmi. C’è da dire, però, che sono molto disciplinata: cerco di andare a letto e di alzarmi sempre alla stessa ora, in modo da non perdere il ritmo tra il giorno e la notte. Una volta che ci si abitua, non è difficile mantenere questo equilibrio».

Senza l’esposizione alla luce solare, il corpo non può sintetizzare la vitamina D. Assume un’integrazione durante il periodo di buio?

«Sì, assumo vitamina D ma anche multivitaminici di base e minerali, come suggerito dal mio medico, per prevenire eventuali carenze nutrizionali dovute al clima artico e alla reperibilità di alimenti freschi e di stagione, che è sempre molto variabile».

Estate polare: sonno, energie e stanchezza accumulata

A proposito di possibili disturbi del sonno. L’estate polare, che dura dal 17 maggio al 23 agosto, può provocare problemi di insonnia: anche nel suo caso?

«Il sole di mezzanotte mi scombussola più della notte polare: faccio più fatica a sentirmi stanca all’orario in cui dovrei andare a dormire e quindi spesso finisco per rimandare questo momento. Tuttavia cerco, anche in questo periodo, di mantenere il più possibile una routine in fatto di orari e di oscurare completamente le stanze con tende pesanti».

casette colorate a longyearbyen isole svalbard
Estate polare a Longyearbyen – Svalbard – www.ok-salute.it

Come cambia il livello di energia durante l’estate polare?

«In questo periodo mi sento più efficiente e attiva perché le giornate sembrano durare molto più di 24 ore. Inoltre fa meno freddo e si possono svolgere più attività all’aperto, quindi di solito mi faccio prendere dall’entusiasmo. È come se mi sentissi addosso un’energia febbrile difficile da placare. Tuttavia, l’estate non è una stagione che amo particolarmente: il mio cervello, non vedendo mai la luce calare, si rifiuta di “spegnersi”, e così la stanchezza si accumula. Tutta quella energia finisce per sfinirmi».

Come cambia la vita tra isolamento e comunità nelle Svalbard

Vivere in un luogo così remoto l’ha mai fatta sentire più sola?

«Questo ambiente invita all’introspezione: la tundra artica, gli spazi aperti e la pochissima urbanizzazione portano ad ascoltarsi di più e a stare più tempo da soli con se stessi. Mi rendo conto che non sia facile per tutti accettarlo. Io, invece, ho trovato la mia dimensione: amo il silenzio che avvolge la mia casa ma al tempo stesso mi piace frequentare il paese, che qui è molto unito e vivace. Proprio perché si è “ai confini del mondo”, le persone tendono implicitamente a solidarizzare tra loro e le occasioni per relazionarsi non mancano».

Chiara Caretoni

Giornalista pubblicista, lavora come redattrice per OK Salute e Benessere dal 2015 e dal 2021 è coordinatrice editoriale della redazione digital. È laureata in Lettere Moderne e in Filologia Moderna all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha accumulato diverse esperienze lavorative tra carta stampata, web e tv. Nel 2018 vince il XIV Premio Giornalistico SOI – Società Oftalmologica Italiana, nel 2021 porta a casa la seconda edizione del Premio Giornalistico Umberto Rosa, istituito da Confindustria Dispositivi Medici e, infine, nel 2022 vince il Premio "Tabacco e Salute", istituito da SITAB e Fondazione Umberto Veronesi.
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