C’è un tumore che colpisce “millennials” e la Generazione X. È il cancro al colon-retto, che gli esperti anglosassoni hanno già ribattezzato la prima causa di morte per cancro tra i giovani adulti Oltremanica. In Italia, i dati confermano la tendenza: ci stiamo ammalando prima, ma continuiamo a scoprirlo troppo tardi.
Abbiamo interrogato il Professor Pierpaolo Sileri, Direttore dell’Unità di Chirurgia Colorettale del San Raffaele di Milano. La sua analisi è un campanello d’allarme che non può più essere ignorato: il sistema ci sta proteggendo dall’assassino sbagliato.
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Il paradosso dello screening: protetti a 60 anni, ignorati a 35
Il problema, spiega Sileri, non è solo biologico, è burocratico. In Italia lo screening pubblico (il test del sangue occulto) parte intorno ai 50 anni. Ma cosa succede a chi si ammala a 38?
«Il tumore del colon era una patologia tipica degli over 60. Oggi osserviamo un aumento nei soggetti sotto i 50, e persino sotto i 40 anni», avverte il Professore. «A 35 anni non ci si aspetta un tumore, e così la diagnosi arriva tardi. Un tumore avanzato è più difficile da trattare e più letale».
Il dibattito è aperto: ha ancora senso aspettare i 50 anni per i controlli gratuiti quando le corsie degli ospedali si riempiono di trentenni?
Sotto accusa: carni lavorate e vita da divano
Perché sta succedendo? Il Professor Sileri punta il dito contro il nostro modo di vivere. Se il corpo dei giovani sta “invecchiando” precocemente, la colpa è della nostra alimentazione ultra-processata e di una sedentarietà che sta diventando cronica.
«Negli ultimi vent’anni è aumentato il consumo di alcol, carni rosse e cibi ultra-processati. È diminuito l’apporto di fibre. L’incremento dei casi in determinate generazioni suggerisce una forte componente ambientale e comportamentale».
In pratica, stiamo “nutrendo” il tumore con lo stile di vita occidentale. Siamo pronti a rinunciare ai cibi pronti e alla comodità per salvare il nostro intestino?
Non sottovalutate i sintomi
Sileri mette in guardia anche contro un altro pericolo: il tabù e la sottovalutazione. Sangue nelle feci e dolori addominali persistenti vengono spesso liquidati come “stress” o “emorroidi“, specialmente nei giovani.
«Molti di questi sintomi sono legati a patologie benigne, ma il punto è la persistenza. Se i disturbi durano settimane, bisogna rivolgersi al medico. Identificare un polipo e rimuoverlo significa guarigione».
La chirurgia oggi è mini-invasiva e robotica, ma la tecnologia non può nulla se il paziente arriva dal chirurgo quando il “polipo” è diventato un mostro con le metastasi.
In cosa consistono gli esami di screening?

Lo screening per il tumore del colon-retto rappresenta uno dei pilastri più efficaci della medicina preventiva, poiché permette di individuare la patologia in una fase ancora asintomatica o, meglio ancora, di intercettare i polipi adenomatosi. Queste lesioni sono precursori benigni che, se rimossi tempestivamente durante una colonscopia, azzerano il rischio di evoluzione neoplastica.
In Italia, il protocollo standard prevede solitamente il test biennale per la ricerca del sangue occulto nelle feci (SOF), rivolto alla fascia d’età tra i 50 e i 69 o 74 anni. Tuttavia, l’aumento dell’incidenza tra i giovani adulti sta spingendo la comunità scientifica a ridiscutere queste soglie. Se il test del sangue occulto è il primo filtro, la colonscopia resta il “gold standard” diagnostico e operativo: un esame che, nonostante i pregiudizi, oggi viene eseguito con tecniche di sedazione che lo rendono indolore, trasformandolo in un vero e proprio intervento salvavita capace di cambiare radicalmente la prognosi del paziente.
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