L’idrofobia è una risposta irrazionale del sistema nervoso a uno stimolo percepito come letale. A differenza della talassofobia (paura del profondo), riguarda l’acqua in ogni sua forma. La chiave per superarla è la gradualità, sfruttando la neuroplasticità del cervello attraverso l’esposizione controllata.
La paura patologica dell’acqua, o idrofobia, spesso nasce da bambini, dopo un trauma (anche una «bevuta» con relativa apnea può essere sufficiente). È da giovani che è più facile superarla, quando il sistema nervoso è ancora plastico e facilmente modificabile, anche sotto l’aspetto emotivo.
La paura, intesa come una risposta fisiologica a uno stimolo che il cervello (anche inconsciamente) considera minaccioso, è un sentimento necessario, perché ci permette di stare lontani dal pericolo. Quando, però, s’innesca di fronte a situazioni obiettivamente non pericolose, si trasforma in ansia e scatena appunto la fobia. Una particolare paura legata all’acqua è la talassoterapia.
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Quali sono gli effetti dell’idrofobia?
L’idrofobia causa un’anomala risposta di tipo cognitivo e neurormonale, con manifestazioni fisiche come
- dilatazione delle pupille,
- irrigidimento degli arti,
- tachicardia,
- respirazione incontrollata,
- aumento del battito cardiaco, della pressione e della sudorazione.
La persona che ne soffre sa, razionalmente, che la situazione (come una lezione di nuoto in piscina o un bagno al mare) è priva di pericoli reali, eppure gli basta solo pensarci per provare una paura irrazionale, come se si trovasse di fronte ad un pericolo di vita. E il fobico cerca di evitare la situazione paurosa a tutti i costi.
Terapia di apprendimento: l’esposizione graduale
Regola d’oro: evitare assolutamente la terapia d’urto. Buttare qualcuno in acqua “perché impari a cavarsela” è pericoloso e controproducente: può causare annegamento per panico o traumi psicologici permanenti.
Il percorso clinico d’elezione è l’esposizione graduale:
- Approccio Cognitivo: comprendere l’origine della paura con uno psicoterapeuta comportamentale.
- Contatto superficiale: familiarizzare con l’acqua senza l’obiettivo di nuotare (bagnarsi solo i piedi o le mani).
- Galleggiamento protetto: imparare a sentire il sostegno dell’acqua restando attaccati al bordo o sostenuti da un istruttore.
Questo avvicinamento progressivo va fatto con un istruttore qualificato: uno psicoterapeuta comportamentale, ma, in alcuni casi, anche solo una persona di fiducia. L’importante è che sia in grado di insegnare le tecniche corrette di galleggiamento e di nuoto, affinché il fobico possa imparare a nuotare in modo corretto. Proprio in chiave di prevenzione è importante insegnare l’acquacità ai propri figli, come suggerisce anche la campionessa olimpica Federica Pellegrini.
Piccoli trucchi quotidiani per vincere la sfida
Se stai provando a superare la tua paura, ecco alcuni accorgimenti pratici suggeriti dagli esperti:
- Il trucco dell’orizzonte: se sei al mare, tieni sempre le spalle rivolte all’orizzonte. Guardare la riva invece del mare aperto riduce drasticamente il senso di vertigine e la paura del profondo.
- Controllo della testa: non forzare l’immersione del viso. Il senso di controllo aumenta se gli occhi e le orecchie restano fuori dall’acqua nelle fasi iniziali.
- Ancoraggio visivo: in piscina, fissa un punto solido (il bordo o una scaletta) per mantenere l’orientamento spaziale.
Focus a cura di Giancarlo Cerveri, psichiatra all’azienda ospedaliera Fatebenefratelli Oftalmico di Milano.




