Fecondazione assistita: nuove tecniche e accessibilità

Una coppia su cinque in Italia ha problemi di fertilità, ma nel nostro Paese l'accesso all'eterologa, nonostante i Lea, rimane difficile e quasi impraticabile

Il tempo è prezioso

Da quando ci si rende conto di avere dei problemi nel concepire un bambino, a quello in cui una coppia decide di recarsi dal medico passano spesso molti mesi. Incertezza, paura, disinformazione o fiducia nelle fonti sbagliate possono allungare i tempi (preziosi) di accesso alla fecondazione assistita, omologa o eterologa che sia. In Italia, secondo il rapporto del Ministero della Salute del 2015, una coppia su cinque ha problemi di fertilità. «Se passa troppo tempo – spiega Pasquale Bilotta, direttore scientifico Alma Res e padre dell’eterologa in Italia – la donna rischia di superare i 35 anni e l’età della donna, lo sappiamo, incide notevolmente sulle percentuali di successo di una fecondazione assistita. Il consiglio che noi diamo alle coppie è che se, dopo un anno di rapporti mirati, non si riesce a concepire, la prima cosa da fare è rivolgersi a uno specialista per indagini ormonali che diano una risposta immediata sulla situazione di fertilità della donna e uno spermiogramma per una prima valutazione del partner maschile».

Cause di infertilità

Quali sono le cause di infertilità più diffuse nella popolazione? «In genere l’età della donna, che oggi è un grande problema. Molte coppie si rivolgono alla fecondazione assistita quando la donna ha già superato i 38 anni (ancor più spesso dopo i 40). In questi casi le percentuali di successo sono molto ridotte, con le tecniche di fecondazione riusciamo ad alzarle, ma non saranno mai come quelle di una donna più giovane» avverte Bilotta. Tra le altre motivazioni endometriosi, anovularietà (ovvero la mancanza di ovulazione) e l’occlusione delle tube (quando lo spermatozoo e l’ovulo non riescono a incontrarsi), mentre per quanto riguarda l’uomo risiede tutto nella salute degli spermatozoi che, come rivelato da ricerche scientifiche, negli ultimi anni in Occidente ha perso un po’ di “smalto”. «Ciò è dovuto principalmente alla vita sedentaria, alle radiofrequenze, all’utilizzo dei pesticidi in agricoltura, allo stress e in casi limitati, al fumo di sigaretta e alle droghe».

Diagnosticare l’infertilità

Per la diagnosi di infertilità femminile bisogna controllare la sua ovulazione. Si può fare attraverso un dosaggio ormonale e poi con indagini strumentali. «Ecografia, isterosalpingografia, ovvero un’indagine radiologica per controllare la pervietà delle tube, ed eventualmente la salpingoultrasonografìa e/o la laparoscopia» spiega l’esperto. Più diretta e semplice, invece, l’indagine per diagnosticare l’infertilità maschile, che si fa attraverso il controllo del liquido seminale con lo spermiogramma. «Se questo indica problemi si possono fare altri esami, tipo il test di frammentazione, che valuta quanti spermatozoi hanno il Dna frammentato, oppure il redox test, che permette di valutare gli ossidanti presenti nel liquido seminale».

La fecondazione omologa

Parliamo di fecondazione assistita omologa quando il seme o l’ovulo utilizzati per la gravidanza appartengono alla coppia. «Oggi abbiamo a disposizione un sistema di congelamento particolare, la vitrificazione, che permette di ottenere un successo maggiore rispetto al trasferimento degli embrioni al fresco. Nei cicli di fecondazione assistita in cui ci sono stati fallimenti, è opportuno congelare gli embrioni e non trasferirli subito, aspettando di trasferirli nei cicli successivi, quando nella donna non ci sono più in circolo gli ormoni che le sono stati somministrati per ottenere gli ovociti. In questo modo, si otterrà sicuramente un 10-15% di successo maggiore» spiega l’esperto. «Altre tecniche sono quelle della biopsia endometriale, che consiste nel prelevare un pezzettino di tessuto dell’endometrio nel ciclo precedente, o nello stesso ciclo, in cui si effettua il transfer. Tra le tecniche biologiche, invece, quelle della cultura degli embrioni allo stadio di blastocisti (che aumenta le percentuali di impianto) oppure l’analisi genetica dell’embrione, attraverso la quale si possono individuare gli embrioni sani da trasferire e verificare anche se ci sono delle incompatibilità genetiche tra l’uomo e la donna».

La fecondazione eterologa

La fecondazione eterologa si verifica, invece, quando il seme o l’ovulo provengono da un soggetto esterno alla coppia. Che esami e procedure si seguono in questi casi? «Per quanto riguarda la donazione di ovuli, si fa solo un controllo dell’endometrio. Se si ricorre alla donazione di un’ovocita giovane, infatti, la qualità dell’embrione si dà per scontata. Quello che bisogna monitorare è l’endometrio, ovvero l’organo che riceverà l’embrione eterologo: abbiamo a disposizione diversi farmaci e interventi di tipo strumentale per renderlo ottimale».

L’accessibilità in Italia

Fino al 2004 in Italia era possibile accedere alla fecondazione eterologa, purché il donatore fosse anonimo e la donazione non avvenisse in cambio di denaro. Con la legge 40 il ricorso alla fecondazione eterologa fu vietato perché considerato il preludio a pratiche di eugenetica, ma nel 2015 la Corte Costituzionale dichiarò incostituzionale il divieto. Con l’aggiornamento dei Livelli essenziali di assistenza nel 2016, la pratica è stata inserita tra le prestazioni sostenute dal Sistema sanitario nazionale con un pagamento del ticket (500-1.000 euro a seconda della Regione). Nonostante questo, l’accessibilità all’eterologa in Italia rimane difficile, con tempi lunghissimi e spesso impraticabile. Perché? «Nel nostro Paese è vietato dare un rimborso spese alle donne che donano ovociti, quindi siamo costretti ad acquistarli all’estero, ma gli ospedali e le strutture pubbliche non hanno abbastanza soldi per farlo» spiega Bilotta. «Nell’eterologa, quindi, le strutture private continuano a fare da padrone, ma ovviamente non sono economicamente accessibili a tutte le coppie».

Il paradosso degli ovociti

Quello dell’acquisto degli ovociti all’estero e il divieto di rimborsare le donne italiane che vogliono donare è un grande paradosso. «Noi possiamo comprare 6 ovociti per 3-3.500 euro all’estero, con soldi che sappiamo andranno a retribuire le donatrici, ma non possiamo fornire un rimborso spese alle donne italiane, che magari vogliono donare per uno scopo sociale, umanitario». La parola “rimborso” (la maggior parte dei Paesi prevede tra i 500 e i 1.000 euro) è corretta perché nel donare i propri ovuli una donna si impegna dal punto di vista fisico, ma anche economico, con analisi, farmaci, terapie e tempo. Con un sistema impostato in questo modo, è chiaro che le donazioni in Italia siano praticamente inesistenti e quindi le strutture, pubbliche e private, sono obbligate ad acquistare all’estero. E se le prime non hanno abbastanza soldi, l’accessibilità alla fecondazione eterologa è compromessa.

Una grande illusione

L’inserimento della fecondazione eterologa nei Lea appare quindi come una grande illusione. «Tutto ciò è voluto: si sapeva benissimo che le strutture pubbliche non sarebbero mai state in grado di fornire questa prestazione» conclude Bilotta. «In Italia, l’eterologa non si vuole far fare». Se domani una coppia con problemi di fertilità cerca di ottenere l’accesso alla fecondazione eterologa, avrà l’impossibilità di farlo, oppure si troverà di fronte a tempi di attesa di due-tre anni. Quindi, si ritroverebbe costretta a ricorrere al privato, come succedeva prima dei Lea.

Giulia Masoero Regis

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