Salute

Sindrome di Sjögren: cos’è, come riconoscerla e come si cura

Il professor Lorenzo Dagna spiega sintomi, diagnosi e prospettive future

La sindrome di Sjögren è una malattia autoimmune spesso sottovalutata, caratterizzata da secchezza di occhi e bocca, stanchezza persistente e disturbi sistemici che possono incidere profondamente sulla qualità della vita. Per capire meglio di cosa si tratta, come si arriva alla diagnosi e quali sono oggi le possibilità terapeutiche, abbiamo intervistato il professor Lorenzo Dagna, primario dell’Unità di Immunologia, Reumatologia, Allergologia e Malattie Rare all’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e professore Associato di Medicina Interna all’Università Vita-Salute San Raffaele

Professore, che cos’è la sindrome di Sjögren?

È una malattia autoimmune, cioè una patologia in cui il sistema immunitario, sbagliando, attacca strutture del nostro corpo credendo erroneamente che siano pericolose. In questo caso si tratta di una malattia caratterizzata da un’infiammazione delle ghiandole esocrine.

Il nostro corpo ha due tipi di ghiandole: endocrine ed esocrine. Quelle esocrine producono sostanze che vengono secrete all’esterno o in cavità del corpo, come le lacrime, la saliva, il sudore, le secrezioni intestinali e gli enzimi digestivi prodotti dal pancreas nella sua componente esocrina.
Nella sindrome di Sjögren l’infiammazione danneggia queste ghiandole, che perdono progressivamente la loro funzione.

I sintomi derivano proprio dalla carenza delle sostanze che non vengono più prodotte: bocca secca, occhi secchi, secchezza cutanea e genitale. Possono comparire anche disturbi digestivi, legati alla ridotta produzione di secrezioni intestinali e pancreatiche.

Essendo una malattia infiammatoria, si accompagna spesso a stanchezza, dolori muscolari e facile affaticabilità, sintomi tipici di molte condizioni infiammatorie croniche.

I sintomi sono progressivi o variano da persona a persona?

Dipende molto da persona a persona. Spesso il primo sintomo è la stanchezza, ma è aspecifico: una persona che si sente stanca difficilmente pensa subito a una malattia autoimmune.

Anche la secchezza può essere aspecifica, giusto?

Sì. Tipicamente il sintomo più caratteristico è la secchezza oculare, ma è vero che molte persone la attribuiscono alla stanchezza o all’uso prolungato del computer. E nella grande maggioranza dei casi hanno ragione.

L’occhio secco è una manifestazione estremamente frequente, ma solo raramente è causato dalla sindrome di Sjögren. Su 100 persone con occhio secco, solo una minoranza ha questa malattia.

Le ghiandole che producono le lacrime sono molto piccole, grandi più o meno come mezzo chicco di riso. Basta quindi un’infiammazione relativamente modesta per ridurne la funzione. Le ghiandole salivari, come le parotidi, sono molto più grandi e prima di perdere funzione serve un’infiammazione più prolungata. Anche per questo motivo, nella malattia di Sjögren la secchezza oculare tende a comparire prima di quella orale.

La stanchezza, invece, è spesso presente sin dall’inizio, ma da sola è difficile da interpretare.

La sindrome di Sjögren può presentarsi da sola o associata ad altre malattie?

Può presentarsi in forma primaria, cioè come malattia principale, oppure in forma secondaria, associata ad altre malattie autoimmuni come l’artrite reumatoide o il lupus sistemico. In questi casi una persona con un’altra malattia autoimmune può sviluppare nel tempo secchezza oculare e orale e ricevere una diagnosi di Sjögren secondaria.

Come si arriva alla diagnosi?

La diagnosi si basa innanzitutto sulla raccolta dei sintomi, che è fondamentale. Poi si eseguono esami del sangue con tre obiettivi: cercare segni di infiammazione, individuare marker specifici della malattia ed escludere altre potenziali cause di secchezza.

La Sjögren è caratterizzata dall’infiltrazione delle ghiandole da parte dei linfociti B, cellule che producono anticorpi. Per questo spesso troviamo un aumento significativo degli anticorpi circolanti.

Questi valori indicano un’infiammazione in corso?

Indicano un tipo specifico di infiammazione legata all’attivazione dei linfociti B. Non è un quadro che ci aspettiamo in tutte le malattie infiammatorie. Oltre a un aumento moderato degli indici infiammatori, cerchiamo autoanticorpi tipici della Sjögren.

Accanto agli esami di laboratorio, è fondamentale la diagnostica strumentale per valutare il danno alle ghiandole.

Quali esami strumentali vengono utilizzati?

È molto importante la visita oculistica, con test specifici per valutare qualità e quantità delle lacrime. Il test più noto è il test di Schirmer, che misura quante lacrime vengono prodotte in un determinato tempo tramite piccole strisce di carta assorbente posizionate sotto la palpebra.

Per valutare l’eventuale compromissione salivare si può fare un test semplice, misurando quanta saliva il paziente riesce a produrre in un certo tempo, oppure una scintigrafia salivare, che quantifica in modo preciso la funzione delle ghiandole.

Si esegue poi un’ecografia delle ghiandole salivari maggiori, che permette di osservare segni di infiammazione. Se serve un’ulteriore conferma, si può ricorrere alla biopsia di una ghiandola salivare minore, di solito prelevata dall’interno del labbro inferiore: una procedura semplice, più fastidiosa per l’anestesia che per l’intervento in sé.

È anche fondamentale escludere altre cause di secchezza, come infezioni da epatite B, epatite C o HIV, che possono dare sintomi molto simili.

Esistono fattori di rischio?

Il principale fattore di rischio è il sesso femminile. La malattia è molto più frequente nelle donne, con rapporti femmine:maschi che vanno da 25:1 a 9:1 a seconda delle popolazioni. In media, su 100 pazienti, 80–90 sono donne.

Perché questa predominanza femminile?

Si ritiene che siano coinvolti gli ormoni sessuali femminili. Il sistema immunitario femminile è modulato dagli ormoni perché deve tollerare la gravidanza, che è a tutti gli effetti un “trapianto eterologo”. Questo adattamento può rendere il sistema immunitario più predisposto all’autoimmunità.

La maggior parte dei casi esordisce tra i 40 e i 50 anni, spesso dopo la menopausa. Altri fattori di rischio specifici non sono noti.

Quante persone sono colpite in Italia?

In termini di prevalenza generale, si stima circa 0,5–1 caso ogni 1.000 persone. Tra tutte le persone che soffrono di occhio secco, solo circa il 10% ha la sindrome di Sjögren.

Come si affronta la malattia dopo la diagnosi?

Le terapie sono di due tipi. La prima è la terapia sostitutiva, cioè compensare ciò che manca. Per l’occhio secco è fondamentale usare lacrime artificiali in modo frequente. Il problema non è solo la secchezza, ma il danno meccanico determinato dal “grattamento” della palpebra sulla cornea, che è molto innervata e quindi fonte di dolore.

Ci sono lacrime artificiali da preferire?

In generale vale la regola che più la goccia è densa, più dura nel tempo. Bisogna trovare il massimo grado di densità tollerabile, per ridurre la frequenza di applicazione.

E per la bocca secca?

Bere spesso è fondamentale. La saliva contiene anche fattori di difesa antibatterici e antivirali, quindi consigliamo un’igiene orale molto scrupolosa, lavando i denti dopo ogni pasto e usando collutori e prodotti al fluoro. Per la secchezza cutanea e genitale si utilizzano creme e trattamenti locali.

Esistono farmaci che stimolano le secrezioni esocrine, ma sono spesso mal tollerati perché provocano sudorazione eccessiva.

Esiste una terapia di fondo?

Il farmaco più utilizzato è l’idrossiclorochina, un farmaco blando con un buon profilo di sicurezza, che aiuta a controllare l’infiammazione. È una malattia fastidiosa ma nella maggior parte dei casi non grave, quindi non ha senso usare terapie troppo aggressive.

Ci sono novità in arrivo?

Sì. Sono in corso numerosi studi clinici, anche al San Raffaele. Potrebbero arrivare nei prossimi anni i primi farmaci sviluppati specificamente per la sindrome di Sjögren, cosa che oggi ancora manca.

Qual è la qualità della vita di un paziente in trattamento?

Con le terapie attuali riusciamo a controllare abbastanza bene i sintomi infiammatori come stanchezza e dolori articolari. È più difficile migliorare i danni da secchezza già presenti, che spesso richiedono trattamenti sostitutivi continuativi.

La malattia, nella maggior parte dei casi, non è pericolosa per la salute generale delle persone che ne sono affette, ma in una piccola percentuale di pazienti possono comparire complicanze più serie, come interessamento polmonare o proliferazioni anomale dei linfociti. In questi casi servono terapie più aggressive.

Nel complesso non direi che “si vive benissimo”, perché una malattia cronica ha sempre un impatto, ma molti sintomi possono essere controllati e la qualità della vita può essere accettabile con le giuste cure ed attenzioni.

Francesco Bianco

Giornalista professionista dal 1997, ha lavorato per il sito del Corriere della Sera e di Oggi, ha fatto interviste per Mtv e attualmente conduce un programma di attualità tutte le mattine su Radio LatteMiele, dopo aver trascorso quattro anni nella redazione di Radio 24, la radio del Sole 24 Ore. Nel 2012 ha vinto il premio Cronista dell'Anno dell'Unione Cronisti Italiani per un servizio sulle difficoltà dell'immigrazione. Nel 2017 ha ricevuto il premio Redattore del Gusto per i suoi articoli sull'alimentazione.
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