Salute

Colite ulcerosa: in arrivo un nuovo farmaco orale

Uno studio coordinato dal San Raffaele di Milano dimostra l'efficacia di una nuova terapia in pazienti con infiammazione intestinale cronica da moderata a grave

Dal mondo della ricerca arrivano notizie positive per chi, tutti i giorni, deve fare i conti con i sintomi invalidanti della colite ulcerosa. In Italia si stima siano circa 130 mila persone. Uno studio pubblicato in questi giorni su The Lancet ha infatti confermato efficacia e sicurezza di un nuovo farmaco orale, con un nome difficile (upadacitinib) che contraddistingue molti dei medicinali di ultima generazione. Il trial clinico è stato condotto in 199 istituti in tutto il mondo (Europa, America, Australia, Africa e alcune regioni asiatiche) con il coordinamento dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano.

Come funziona il farmaco

Già noto e utilizzato nella cura di alcune patologie come l’artrite reumatoide, l’artrite psoriasica, la spondilite anchilosante e la dermatite atopica, il farmaco è in grado di bloccare alcune citochine pro-infiammatorie coinvolte nel processo di infiammazione intestinale presente nei pazienti con colite ulcerosa. A differenza di altre molecole, upadacitinib è in grado di inibire più citochine allo stesso tempo e, così, di controllare meglio diverse vie dell’infiammazione. Secondo i risultati della ricerca clinica appena conclusa, il farmaco riesce con successo a ridurre l’infiammazione intestinale che caratterizza la malattia. Limitandone i sintomi e migliorando la qualità di vita dei pazienti.

Gruppo San Donato

Come è stato condotto lo studio

La ricerca si è svolta con tre “sotto-studi” dalle diverse finalità. Due erano studi di induzione, cioè hanno valutato l’effetto di upadacitinib rispetto a un placebo nella fase iniziale del trattamento – quando bisogna spegnere l’infiammazione in corso. Mentre il terzo era uno studio di mantenimento, che ha osservato gli effetti del farmaco sul medio-lungo termine. «Durante gli studi di induzione, abbiamo trattato quasi mille pazienti con 45 mg di upadacitinib o placebo una volta al giorno per otto settimane. I risultati di efficacia del farmaco dal punto di vista clinico, endoscopico e istologico sono stati ottimi» fa sapere Silvio Danese, coordinatore dello studio, professore ordinario di gastroenterologia presso Università Vita-Salute San Raffaele e primario di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva all’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano.

A chi è rivolto il farmaco

I pazienti arruolati avevano un’età compresa tra i 16 e 75 anni ed erano affetti da colite ulcerosa da moderata a grave da almeno 90 giorni. Tutti avevano avuto risposte inadeguate alle terapie convenzionali. Oppure presentavano controindicazioni mediche a tali trattamenti. «Chi ha mostrato una buona remissione clinica della malattia grazie al farmaco – in tutto 451 pazienti – è stato nuovamente assegnato in modo casuale a upadacitinib con diversi dosaggi o a placebo per la parte di mantenimento, che è durata altre 52 settimane».

Il farmaco è in fase di approvazione. Tuttavia il Comitato per i medicinali ad uso umano (Chmp) dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema) ha già espresso parere positivo, quindi è questione di giorni. Il nuovo farmaco diventerebbe una terapia cronica quotidiana. Un’ottima opzione per i pazienti affetti da colite ulcerosa, dato che la gestione della malattia rimane ancora oggi complessa e le terapie disponibili sono efficaci solo in un sottoinsieme di persone, la cui qualità della vita risulta spesso notevolmente compromessa.

Colite ulcerosa: sintomi e cause

Chi è affetto da colite ulcerosa, infatti, deve fare i conti con dolori addominali, diarrea, vomito e perdita di peso, spesso accompagnati da sangue e muco nelle feci. Come spiega Danese nel suo ultimo libro, In pace con la pancia (Sonzogno), le malattie infiammatorie croniche intestinali, di cui fa parte la colite ulcerosa, «sono malattie idiopatiche, ossia a causa sconosciuta. L’ipotesi prevalente è una reazione immunitaria avversa da parte dell’intestino nei confronti di alcuni batteri normalmente presenti nella pancia. Ma come si inneschi questa alterazione immunologica ancora non lo sappiamo», scrive Danese.

«L’epidemiologia ci suggerisce che potrebbe esserci un’influenza da parte della genetica, dell’ambiente e dello stile di vita. Compreso il disagio psicologico. Tra i fattori ambientali più noti c’è il fumo, che predisporrebbe soprattutto alla malattia di Crohn. Ma altri studi hanno colto un legame con bassi livelli di vitamina D nel sangue. Altri ancora con diete ricche di cibi processati e lavorati».

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