
Ci sono amicizie che, anziché farci stare bene, iniziano lentamente a logorarci. Spesso non è un processo immediato e proprio per questo facciamo fatica a coglierne i segnali: un incontro che ci lascia addosso tristezza o nervosismo, la speranza che l’appuntamento con quella persona salti, la sensazione di dover prestare attenzione a tutto ciò che facciamo e diciamo.
Prendiamo l’esempio di Clara e Martina. Il loro rapporto è molto intimo: si confidano, trascorrono molto tempo insieme, raccontano agli altri di un’amicizia unica, quasi esclusiva. Poi, col tempo, Clara inizia a notare che ogni volta che vede altre amiche o prende decisioni senza coinvolgere Martina, quest’ultima fa scenate di gelosia e sparisce per giorni. Alla fine Clara comincia a giustificarsi e poi a nascondere quello che fa. Ci sono anche Simone e Luca: quando il primo ha bisogno, l’altro corre sempre da lui; quando i ruoli si invertono, la disponibilità non è affatto la stessa. E poi c’è Caterina, che ogni volta che prova a dire di no a Sara, si sente in colpa per giorni, come se avesse infranto una regola non scritta.
È in questi casi che si parla di amicizie “tossiche” o più correttamente “disfunzionali”: legami, cioè, in cui la reciprocità, la libertà e il rispetto dei confini personali iniziano a vacillare fino a compromettere il benessere psicofisico di una delle persone coinvolte.
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Quando possiamo definire un’amicizia “tossica”?
«Partirei da un presupposto: non amo il termine “tossico”, cioè velenoso o dannoso, ma preferisco parlare di “amicizie disfunzionali”, ossia di quei legami tra due o più persone che, nel momento in cui vengono vissuti, generano disagio emotivo in uno dei soggetti coinvolti», spiega Michela Francia, psicoterapeuta e Responsabile del Servizio di Psicologia clinica e ospedaliera presso Città di Lecce Hospital GVM Care & Research. «Questa definizione aiuta a spostare lo sguardo dalla singola persona alla dinamica relazionale: non esistono, infatti, “persone tossiche” né diagnosi che identifichino qualcuno in questi termini».
Quali sono i segnali più comuni?
«Spesso si riconoscono da una mancanza di reciprocità: in queste dinamiche, infatti, il rapporto è quasi sempre sbilanciato, con uno che dà – e tanto – e l’altro che prende solamente. A ciò si aggiungono manipolazione emotiva e controllo, che di frequente si insinuano attraverso comportamenti subdoli, e violazione dei confini personali, cioè quando l’altro non rispetta spazi, bisogni e limiti», dice la psicoterapeuta. Ha senso parlare di “tossicità” – o sarebbe meglio dire “disfunzionalità” – quando questi aspetti diventano cronici e le nostre richieste rimangono sempre inascoltate.
Frasi ricorrenti in un rapporto disfunzionale
Come fa sapere la psicologa a orientamento psicodinamico Giulia Perasso sulla piattaforma Unobravo, il linguaggio, spesso, è già un campanello d’allarme. Alcune frasi, che tendono a ripetersi e a lasciare un senso di disagio, possono essere indicative di dinamiche poco sane all’interno di un’amicizia. Tra queste:
- “Dopo tutto quello che ho fatto per te, tu mi tratti così?”.
- “Con te non si può mai scherzare”.
- “Se mi vuoi bene davvero…”.
- “Forse non ti interessa davvero la nostra amicizia”.
- “Pensavo fossi diversa/o”.
- “Mi stai nascondendo qualcosa?”
- “Tutti pensano che tu sia cambiata/o: non sono l’unica/o a dirlo”.
- “Forse preferisci la compagnia di altri amici”.
- “Dobbiamo rivedere il nostro rapporto”.
Riconoscere questi schemi è il primo passo per capire se una relazione sta perdendo reciprocità o è emotivamente faticosa.
Quali sono le dinamiche più frequenti
All’interno delle amicizie tossiche, alcune dinamiche si ripresentano con sorprendente regolarità, anche se possono assumere forme diverse da relazione a relazione. Ad esempio, «ci sono legami in cui uno dei due è costantemente bisognoso di aiuto; il rischio è che si crei un rapporto esclusivo, in cui non c’è spazio per altre amicizie. Questo può portare a scenate di gelosia o a tentativi di far sentire l’altro in colpa quando prova a prendere le distanze», dice la dottoressa Francia. O ancora, «ci sono persone che nella relazione si mostrano sempre disponibili, accudenti oltre misura. Spesso, però, questa disponibilità nasconde un’aspettativa implicita di reciprocità totale: quando l’altro non riesce o non vuole rispondere allo stesso modo, possono emergere anche reazioni aggressive».
È possibile anche che alcune caratteristiche di personalità si “incastrino” tra loro, generando atteggiamenti disfunzionali. «Per esempio, chi ha una bassa autostima o una forte tendenza alla dipendenza affettiva può legare più facilmente con persone dai tratti narcisistici. In questi casi, il rapporto può nascere dal bisogno, da una parte, di sentirsi importante, considerato; l’altra persona, cogliendo questa fragilità, inizialmente la soddisfa, ma col tempo può usarla a proprio vantaggio, svalutando, manipolando o mettendo in ombra l’altro per rafforzare la propria posizione».
Perché a volte si sceglie di “rimanere” anche quando si sta male
A volte ci si accorge che qualcosa non va ma si “rimane” comunque in quella relazione. «Succede spesso, sì. In alcuni casi perché, inconsapevolmente, si continua a trarne qualche vantaggio, come un bisogno che l’altro soddisfa. Pur di essere “vista”, una persona può arrivare ad accettare comportamenti sbagliati, giustificandoli o minimizzandoli», commenta la psicoterapeuta. «Anche la paura della solitudine, una bassa autostima, l’insicurezza o una certa dipendenza emotiva portano a restare in un rapporto d’amicizia nonostante questo sia motivo di sofferenza».
A volte, poi, si scambia la morbosità dell’altro per “esclusività” e i comportamenti invasivi e possessivi vengono interpretati come segni di importanza (“fa così perché tiene tanto a me”; “il nostro legame è unico”). In realtà, quella che a noi sembra intensità emotiva è controllo relazionale. Spesso si confonde l’attenzione col possesso: un’amicizia sana lascia spazio, mentre un rapporto disfunzionale tende a ridurlo, con scenate di gelosia, bisogno costante di presenza, richieste di priorità assoluta. Purtroppo chi vive queste situazioni può pensare che siano una prova di valore del rapporto ma invece sono importanti campanelli d’allarme. C’è poi un altro fattore: sentirsi “scelti” in maniera assolutistica fa sentire importanti, unici; questo rende difficile riconoscere intenzioni e dinamiche malsane.
In alcuni casi entra in gioco anche l’idea per cui una relazione molto “viva” (con conflitti, riappacificazioni, scenate di gelosia, pianti, chiarimenti) sia anche più vera rispetto ad altre amicizie più stabili ma meno teatrali. Si scambia questa intensa (e faticosa) altalena emotiva per autenticità, ma in realtà c’è sotto ben altro.
E se invece non si è consapevoli della disfunzionalità del rapporto?
La consapevolezza è il primo passo per imparare a prendere le distanze da quei rapporti che non ci fanno stare bene. «Gli amici si scelgono, non ci vengono “imposti”, pertanto quando iniziamo a percepire un disagio a causa dei comportamenti dell’altro, dobbiamo chiederci come ci sentiamo. Ad esempio, se notiamo che il rapporto manca di reciprocità, soprattutto in caso di bisogno, o che l’altro ci fa sentire in colpa nel momento in cui esprimiamo un’esigenza o, ancora, sentiamo che i nostri confini vengono violati, dobbiamo prendere la situazione in mano», spiega Michela Francia. Occorre chiedersi:
- “Quanto sto bene con questa persona?”.
- “Prima di vederla/o sono in ansia o spero che l’appuntamento salti?”.
- “Dopo l’incontro, mi sento triste o arrabbiata/o?”
- “Mi sento capita/o o aiutata/o in caso di bisogno?”.
- “Mi sento libera/o di dire di no o temo una sua reazione?”.
- “Riesco a essere me stessa/o o devo fingere per compiacerla/o o per evitare lo scontro?”.
- “Le sue critiche sono utili a migliorarmi o mi umiliano?”.
«È fondamentale riflettere anche su noi stessi, senza attribuire esclusivamente all’altro le responsabilità del nostro disagio. Dobbiamo capire cosa ci ha spinto a rinunciare progressivamente ai nostri bisogni, pur di mantenere quella relazione», continua la dottoressa.
Come si può chiudere un’amicizia disfunzionale?
«Non sempre è necessario chiudere un rapporto, a volte le fratture possono essere sanate. Se c’è un disagio, è fondamentale utilizzare una comunicazione assertiva spiegando chiaramente all’altro come ci fanno sentire certi comportamenti, manifestando eventuali disaccordi senza timore e sempre rispettando chi si ha di fronte. Se facciamo fatica anche solo a fare questo o se l’altra persona tende a minimizzare o addirittura negare ciò che stiamo comunicando, probabilmente sì, il legame è da rivedere», prosegue la psicoterapeuta di Città di Lecce Hospital GVM Care & Research.
Si può iniziare ponendo dei confini, che tutelino i propri spazi e bisogni. Unobravo suggerisce di:
- ridurre le proprie disponibilità, anche virtuali;
- imparare a dire di no quando non ci sentiamo di vedere l’altro o di fare qualcosa in particolare;
- interrompere senza remore le conversazioni umilianti;
- prendere consapevolezza del fatto che non siamo psicologi né psicoterapeuti: se l’altra persona necessita di un aiuto in tal senso, deve rivolgersi a figure professionali.
«L’amicizia si fonda su stima, sincerità, comprensione e fiducia ma anche su leggerezza, gioia e divertimento: se questi elementi vengono a mancare, e in modo continuativo, possiamo scegliere di prendere le distanze o chiudere il rapporto, gradualmente o in maniera netta. Se non riusciamo a farlo da soli, possiamo chiedere il supporto di un professionista che ci aiuti a sviluppare strumenti utili sia per interrompere una relazione dannosa, sia per costruirne di più sane in futuro».
Quali effetti può avere un’amicizia tossica sulla salute mentale?
A volte si rimane per anni in un rapporto amicale disfunzionale senza rendersi conto della fatica emotiva che comporta e dell’impatto sul proprio benessere psicofisico. «Può capitare che sia una persona esterna a farlo notare, oppure che emerga durante un percorso di psicoterapia, magari iniziato per altri motivi», continua la dottoressa Francia. «A lungo andare, queste dinamiche possono lasciare segni più profondi e dare luogo a tristezza persistente, ansia, senso di isolamento o anche disturbi psicosomatici. In alcuni casi, possono sfociare in depressione o ansia da separazione.
Le amicizie tossiche possono influenzare anche altri ambiti della vita?
«Sì, inevitabilmente. Il malessere emotivo condiziona il lavoro, le relazioni familiari e sociali, alterando il modo in cui ci si rapporta con gli altri e la qualità della vita quotidiana stessa», conclude la psicoterapeuta.




