Sclerosi Multipla: cosa faccio se scopro di essere incinta?

Meglio sempre programmare una gravidanza se si ha la sclerosi multipla, ma ci sono novità importanti per le donne che scoprono di aspettare un bambino mentre sono in terapia

Al Congresso della Società Italiana di Neurologia da Venezia si è fatto il punto sulle terapie con le nuove molecole alemtuzumab e teriflunomide indicate per il trattamento della sclerosi multipla, dopo i nuovi dati presentati in occasione del Congresso del comitato europeo per la cura e la ricerca di questa malattia che ne certificano efficacia e sicurezza.

Novità anche per le pazienti che scoprono di essere incinte e stanno facendo la terapia. L’intervista ad Alessandra Lugaresi professoressa di Neurologia all’Università di Bologna.

Un’altra domanda che si pongono molte donne e se c’è la possibilità di un peggioramento della malattia. La risposta è no. Non c’è prova scientifica di un aggravamento delle condizioni di una paziente con sclerosi multipla che è incinta, rispetto alle donne con SM che non hanno portato avanti una gravidanza. Anzi, durante i mesi di gravidanza, come si diceva prima, molte donne non hanno alcuna ricaduta e dichiarano di sentirsi molto bene. Può esserci invece un aumento di rischio di ricadute nei primi tre mesi dopo il parto, ma tale probabilità rientra poi ai livelli precedenti alla gravidanza.

Anche il parto può essere naturale e ci si può sottoporre come qualunque altra gestante all’analgesia epidurale o a un’anestesia. Il periodo più duro può essere quello successivo alla nascita, soprattutto nelle pazienti che vivono una forma aggressiva della malattia, perché si è visto che vi sono maggiori rischi di avere attacchi importanti nei primi 6 mesi dopo la nascita del bambino. In questo caso si consiglia di rinunciare all’allattamento in modo da poter ricominciare subito la terapia. Se invece la malattia ha un decorso più tranquillo, la mamma può allattare senza problemi e aspettare il termine dell’allattamento per riprendere l’assunzione dei farmaci. Sarà comunque sempre il neurologo a valutare il profilo di rischio individuale e concordare con la neomamma la scelta migliore.

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