Il Parkinson nasce dall’intestino per poi migrare nel cervello?

Il Parkinson nasce dall'intestino e migra nel cervello?

Tagliando l'autostrada nervosa che collega l'addome all'encefalo si riduce il rischio del 40%

Sempre più indizi suggeriscono che la malattia di Parkinson potrebbe essere una questione di pancia, più che di testa. L’ultimo in ordine di tempo emerge da uno studio svedese, che sulla rivista Neurology avanza un’ipotesi davvero suggestiva.

Potrebbe “nascere” dalla pancia per arrivare poi al cervello 

Secondo la ricerca la malattia potrebbe nascere nell’intestino per poi “migrare” al cervello soltanto in un secondo momento attraverso un nervo, chiamato “vago”, che collega i visceri addominali direttamente all’encefalo. La prova di questo legame starebbe nel fatto che il rischio di Parkinson è più basso del 40% proprio nelle persone che hanno bloccato questa “autostrada” nervosa.

Il mistero delle origini

Si aggiunge così una nuova tessera al complesso mosaico delle origini del Parkinson, la malattia neurodegenerativa caratterizzata da tremori, rigidità muscolare e difficoltà nei movimenti, che solo in Italia colpisce quasi 300.000 persone. (Scopri qui tutti i sintomi della malattia di Parkinson)

Finora ci si era concentrati solo sul cervello 

Per decenni ci si è interrogati sulle sue cause esaminando nel dettaglio i meccanismi molecolari attivi nelle cellule nervose del cervello, ma solo recentemente si sono trovati nuovi elementi che hanno spostato l’attenzione sul nostro “secondo cervello”, l’intestino appunto.

I sospetti

Il primo sospetto è nato dall’osservazione dei pazienti, che spesso presentano costipazione e altri problemi gastrointestinali già decenni prima che compaiano i sintomi della neurodegenerazione. Alcuni studi hanno poi dimostrato che l’insorgenza del Parkinson è legata alla presenza di particolari ceppi batterici nella flora intestinale. Altre ricerche poi hanno evidenziato che la malattia è spesso preannunciata dalla comparsa nell’intestino di una proteina mal ripiegata (chiamata “alfa sinucleina”), capace di diffondersi come uno tsunami fino alle cellule del cervello.

Vago ma non troppo

La caccia al “ponte” di collegamento fra intestino e cervello ha portato diversi gruppi di scienziati a puntare il dito contro il nervo vago, che parte dal tronco encefalico per innervare i visceri del torace e dell’addome regolando processi indipendenti dalla nostra coscienza, come il battito del cuore e la digestione.

Lo studio

I ricercatori del Karolinska Insitute di Stoccolma hanno approfondito la questione prendendo in esame oltre 9.000 pazienti che nell’arco di 40 anni erano stati sottoposti a vagotomia, un intervento chirurgico di resezione totale o parziale del nervo vago praticata in passato soprattutto per ridurre la secrezione acida dello stomaco nei pazienti malati di ulcera gastrica. Le loro cartelle cliniche sono state poi confrontate con quelle di oltre 370.000 persone per scoprire se l’intervento influisse in qualche modo sul rischio di sviluppare il Parkinson.

I risultati

I dati, seppur limitati a un gruppo ristretto di pazienti, dimostrano che la resezione completa del nervo vago (fatta con l’intervento di vagotomia tronculare) si associa ad una riduzione del 40% del rischio di Parkinson per un periodo di osservazione che va da 5 a 10 anni. Un risultato assolutamente in linea con quanto emerso già due anni fa grazie a uno studio danese, pubblicato su Annals of Neurology, che indicava come la vagotomia dimezzasse il rischio a distanza di 20 anni.

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