Anthony Hopkins: un tempo ero un ubriacone, dipingere mi salva dall’alcol

Anthony Hopkins

L'attore gallese parla a OK dei suoi problemi con la bottiglia e racconta di come l'arte lo ha aiutato

L’attore Anthony Hopkins, premio Oscar per Il silenzio degli innocenti (1992), racconta a OK i suoi problemi con l’alcol e di come sia riuscito a superare la dipendenza dalla bottiglia grazie all’arte.

La serenità: è questo che fa bene alla mente e alla salute. Mi piace guidare la macchina in giro per l’America o starmene a casa, davanti all’Oceano Pacifico, ad ascoltare musica. Musica country, amo Waylon Jennings e Johnny Cash, o classica, specie Erik Satie e Claude Debussy. Suono il pianoforte, dalle fughe di Bach ai pezzi di Chopin, ma scrivo io stesso composizioni, molto complicate e arzigogolate. Dipingo. Leggo. Contemplo.
Un tempo bevevo. Tanto, troppo. Ero sempre burbero, infuriato, arrabbiato con gli altri e con me stesso. Non riuscivo a staccarmi dalla tequila, ne mandavo giù anche un’intera bottiglia. E vivevo in uno stato perenne di trance.

Facevo del male a me e alle persone che avrei dovuto amare. Mi addolora pensare a quel periodo, ma la mia dipendenza dall’alcol era fortissima, e più bevevo più cresceva il vuoto dentro di me. Poi una vocina interiore mi ha detto: «Smetti! Basta così, inizia a vivere la vita e a godertela in pieno». E ora posso dire di essere capace di godermela.
Mi hanno aiutato gli alcolisti anonimi, dopo molta sofferenza mi sono liberato dalla schiavitù. E ormai non tocco un goccio d’alcol da quasi trent’anni. Non bevo più, non fumo più. Non mangio carne rossa. Non mi posso definire un vegetariano, perché mangio tanto pesce (credo che una giusta dose di proteine animali debba essere ingerita se si vuole avere energia alla mia età), semplicemente adotto un regime alimentare sano, che mia moglie mi aiuta a seguire.

A quasi 76 anni mi sento pieno di energia e di slancio vitale. Sto notando che tendo a fare una dormitina nel pomeriggio, dopo pranzo, cosa che non avevo mai fatto prima. È vero, è un segno della vecchiaia, ma allo stesso tempo mi dà un surplus di freschezza. Anche lavorare mi fa bene. Mi dà voglia di alzarmi dal letto ed essere attivo. Sia correre sul set di un film o sia incontrarmi col mio agente, con un regista o con un giornalista, per interviste come questa per OK. Tutto ciò mi mantiene sveglio e crea in me quella tensione necessaria a farmi stare bene.

Certo, devo stare attento alla dieta. Difficile per uno che ha sempre avuto un debole per la tavola… Prima di girare un film, tipo l’ultimo, Thor: The Dark World, in cui impersono nientemeno che il dio Odino, mi danno un sacco di istruzioni su come giungere al meglio della forma per il set. Dieta, certo, ma anche attività fisica. E questo a me non dispiace. Mi esercito in palestra e faccio tante passeggiate all’aperto. Ho sempre dovuto combattere col peso, e sono quindi abituato, mentalmente, fisicamente ed emotivamente, a mantenere la forma. Mi rimprovero di non aver iniziato a far così 50 anni fa!

C’è chi dice: se vivi così, se hai un buon Dna e fai regolari check-up medici puoi vivere fino a 120 anni. Beh, io non mi auguro di resistere così a lungo. Il mondo è già sovrappopolato così com’è. Immaginate che casino se tutti potessero campare oltre i 100 anni. Sul serio, non credo nell’eccessivo prolungamento della vita tramite la medicina. Siamo già longevi abbastanza: 80, 90 anni su questa terra sono sufficienti. Io vivrò ancora qualche anno. E poi dirò senza rimpianti: arrivederci, è stato bello.

Anthony Hopkins

Confessione raccolta da Silvia Bizio per OK Salute e benessere di ottobre 2013

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