«L’intelligenza emotiva è ciò che ti permette di restare sensibile, senza spezzarti: è l’unico modo per restare umani». C’è una forza silenziosa nelle parole di Anna Safroncik, un equilibrio che nasce da una vita complicata. Attrice affermata, nata a Kiev e cresciuta tra alcuni degli eventi più complessi della storia recente – dal disastro nucleare di Chernobyl alla disgregazione dell’Unione Sovietica, fino alle guerre che ancora oggi segnano il suo Paese –, Anna Safroncik vive in Italia da anni, ma non ha mai smesso di sentirsi profondamente legata alle sue radici.
Proprio nel mese di maggio, per il suo percorso artistico capace di unire culture diverse e per aver costruito una carriera che è esempio di integrazione, talento e determinazione, ha ricevuto il premio “Sorriso diverso – Talento senza confini” nell’ambito del Festival Internazionale della Cinematografia Sociale Tulipani di Seta Nera a Roma. Oggi, mentre il conflitto in Ucraina continua, suo padre vive ancora lì. E la distanza non è mai davvero distanza: è una presenza costante, una preoccupazione quotidiana che si intreccia con il lavoro, la vita, le relazioni.
Eppure, nel suo racconto non c’è vittimismo. Piuttosto una riflessione profonda su resilienza, intelligenza emotiva e benessere autentico, che non significa assenza di dolore, ma capacità di attraversarlo senza perdersi.
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La guerra in Ucraina e la preoccupazione per il padre rimasto a Kiev

Oggi lei vive in Italia ma suo padre è in Ucraina. Come si convive con questa preoccupazione?
«È diventata una forma di vita. Terribile, ma reale. Noi ucraini sparsi nel mondo siamo tutti così: ogni volta che ci incontriamo non rispondiamo più alla domanda “come stai?” nel senso leggero, come si fa qui in Italia, dicendo “bene”. La risposta è sempre: “come tutti”, per indicare che ci sentiamo come tutti gli ucraini in questi anni difficili. C’è sempre un respiro profondo prima di dirlo, perché sappiamo cosa significa. È una preoccupazione continua, di sottofondo, di cui quasi non parliamo più perché è troppo pesante. La mia giornata inizia e finisce con una telefonata: la mattina per sapere se i miei familiari hanno passato la notte tranquilli, e la sera per sapere com’è andata. Se non rispondono, l’ansia sale subito. Ma nonostante questo, mio padre resta fermo nel suo ruolo paterno».
Intende dire che continua a essere protettivo nei suoi confronti anche in queste condizioni?
«Sì, lui non mi dice quando le cose vanno male. Pensa di proteggermi. Devo scoprirlo da sua moglie, a cui sono molto legata. Mi racconta episodi assurdi con una normalità disarmante: “Oggi siamo stati ore al rifugio sotto la metropolitana perché bombardavano, poi verso sera siamo usciti a mangiare”. Come se fosse una grandinata. Lui sgrida la moglie, sostenendo che non dovrebbe preoccuparmi, come se poi le notizie non arrivassero anche qui in Italia».
Da Chernobyl alla resilienza: come le difficoltà cambiano le priorità
Quello che colpisce in questo racconto è la normalizzazione dell’eccezionale. La sua capacità di reggere emotivamente immagino venga da lontano, viste le difficoltà della storia recente del suo Paese.
«Sì. Io ho iniziato da piccola con Chernobyl. Ricordo benissimo il 1° maggio: tutta Kiev era in piazza a festeggiare con le bandierine. Nessuno ci aveva detto nulla dell’incidente nella centrale nucleare che era avvenuto il 26 aprile del 1986, esattamente 40 anni fa. Mio padre, che insegna musica all’università, era stato mandato a cantare per i soccorritori e i feriti. È tornato con un’infezione grave all’occhio, è stato in ospedale a lungo. Poi è arrivata la perestrojka, la caduta dell’Unione Sovietica, la guerra di Crimea del 2015, fino al conflitto attuale. È come se la mia vita fosse sempre stata accompagnata da eventi più grandi di me. Ti segnano, ma ti danno anche una
resilienza enorme. Cambiano completamente il tuo modo di vedere il mondo, mettono al posto giusto le priorità».
Quindi è vero, come sostengono alcuni, che chi ha vissuto molte difficoltà ha anche più strumenti per affrontarle?
«Purtroppo sì, ma non è una cosa bella. A un certo punto arriva una stanchezza verso tutto ciò che è negativo. La nostra, la mia, non è indifferenza, è un tentativo di sopravvivenza. Cerchi di proteggerti, di non guardare sempre l’orrore, altrimenti non vai avanti. Però ti cambia la prospettiva: inizi a dare valore alle cose semplici, a quelle davvero importanti e non perdi tempo a lamentarti del traffico o dell’amica che non chiama».
«È molto interessante il significato della parola “dispiacere” nella lingua russa, che è legato a qualcosa di molto profondo: letteralmente vuol dire “distruggere la triade mente, corpo e anima”. Quando una persona soffre davvero, queste tre parti si disallineano. Prima arriva la tristezza, poi il corpo si ammala. Il vero lavoro è riallinearle: quando mente, corpo e anima sono di nuovo in sintonia, torna anche il benessere. È una visione che oggi trova conferme anche nel modo in cui parliamo di stress cronico e somatizzazione: quello che non elaboriamo emotivamente, spesso il corpo lo racconta attraverso disturbi e malattie. Il benessere non è evitare il dolore, ma imparare a stare dentro la vita con tutte le sue contraddizioni».
Anna Safroncik: intelligenza emotiva, benessere e salute mentale

Lei parla spesso di intelligenza emotiva. Quanto è centrale oggi?
«È tutto. Soprattutto in un mondo che diventa sempre più tecnologico: all’intelligenza artificiale dobbiamo contrapporre quella emotiva. Il vero valore sarà la capacità di sentire l’altro, di mettersi in connessione. Io sono cresciuta con un’educazione emotiva molto forte: prima si affronta il problema, si accoglie il disagio, si mette a posto, poi si torna a sorridere. Non il contrario. Ormai ho comunque capito che il vero segreto del benessere è la tranquillità emotiva».
Cosa intende?
«Principalmente allontanare le persone tossiche, o anche semplicemente quelle che ti fanno stare male. Circondarsi di chi riesce a farti sentire non solo accettata, ma protetta. Questo cambia tutto: il corpo funziona meglio, la mente è più libera. Il benessere non è solo fisico, ma è profondamente emotivo. Stare calmi, sentirsi in sintonia con il mondo, smettere di pensare che tutti ce l’abbiano con te. Il problema della salute mentale sta nel fatto che spesso cerchiamo le ragioni del nostro malessere all’esterno, quando in realtà sono dentro di noi. Bisogna smettere con il racconto che è colpa degli altri; i responsabili della nostra vita, al netto di fortuna e sfortuna, siamo noi con le nostre scelte e occorre ricordare sempre che anche non decidere è una scelta».
Famiglia, libertà e carriera: la vita di Anna Safroncik oggi
La sua famiglia allargata sembra avere un ruolo fondamentale.
«Sì, siamo molto uniti. Anche in modo non convenzionale: mio padre, sua moglie, mia madre… passiamo il Natale insieme, ridiamo insieme. E poi c’è qualcosa che va oltre i legami di sangue: nelle situazioni difficili, le persone diventano famiglia. Gli amici si stringono, i rapporti si intensificano, si crea una rete emotiva che sostiene. In famiglia siamo tutti artisti e questo ci lega molto, mia madre e mia sorella sono ballerine e coreografe. L’arte aiuta a trasformare il dolore, a raccontarlo, a superarlo, in qualche modo è una forma di cura. Ognuno di noi racconta a modo suo: mio padre canta, mia madre balla, io recito. Raccontare storie permette di evadere, di sognare, di trasformare la realtà. E oggi più che mai ne abbiamo bisogno».
Recentemente ha raccontato di essere molto felice perché è single.
«Per la prima volta nella mia vita non desidero una relazione e sto benissimo. Per anni sono stata una fidanzata seriale, ho investito energie per far funzionare rapporti che probabilmente sarebbero dovuti finire prima. Oggi no: se non è qualcosa di vero, profondo, che coinvolge mente, corpo e anima, non mi interessa. La mia singletudine è una festa, è libertà, è spazio per me. Non pensavo fosse un messaggio così forte, ma ho visto molte reazioni alla mia affermazione, forse perché si pensa che essere single significhi essere sole o infelici. Non è così. È una scelta e può essere felice, se sei tu a deciderlo. E soprattutto è uno spazio in cui impari a conoscerti davvero, senza compromessi».
«Se guardo indietro alla mia vita forse sono stata grande troppo presto. A 25 anni mi sentivo di averne 50: avevo responsabilità, ansie, paura di non farcela. Oggi è il contrario: a 45 anni la mia testa ne ha 25. Mi sento libera, leggera. La vita, per me, è iniziata adesso».
Lei ha costruito la sua carriera di attrice in Italia. È stato difficile all’inizio?
«Moltissimo. Non avevo solo l’accento straniero, avevo anche quello toscano di Arezzo, la città toscana dove ho passato i primi anni della mia vita italiana. Mi dicevano che non sarei mai stata una protagonista. Quella frase mi ha fatto scattare qualcosa: ho studiato ossessivamente, ho lavorato sull’intonazione, sul modo di parlare, ma anche sui gesti, che sono un tratto distintivo di voi italiani. Dopo pochi mesi sono tornata e parlavo senza accento. Oggi sono pronta anche a tornare sul set con un nuovo progetto, una serie che mi vedrà di nuovo in un ruolo forte, quasi una “paladina della giustizia”. Un ritorno che, in fondo, riflette anche la mia personalità: determinata, empatica, profondamente connessa agli altri. Per me è fondamentale poter raccontare storie senza barriere. Perché io sono questo: una cantastorie».




