Alzheimer: con un po’ di esercizio si recuperano le parole “perdute”

Recuperare le parole

I disturbi del linguaggio si possono combattere con lo studio e l'aiuto di un logopedista

I pazienti colpiti da demenza possono riconquistare il piacere della conversazione: con l’aiuto di un logopedista e tanto esercizio, possono sbloccare il cervello quando va in stand-by, dimenticando nomi di cose e persone. Lo dimostra uno studio pubblicato sulla rivista Alzheimer’s & Dementia dalla Northwestern University nell’Illinois, Stati Uniti.

La ricerca ha coinvolto 31 persone con demenza in fase iniziale o intermedia che manifestavano già i primi disturbi del linguaggio. Dopo essere stati valutati da uno specialista, i pazienti sono stati sottoposti a otto sedute con un logopedista, che potevano contattare comodamente da casa propria attraverso una video chat.

Tra una seduta e l’altra, i ricercatori hanno raccomandato anche la visione di alcuni filmati, l’uso di uno speciale taccuino e lo studio con schede didattiche per rinforzare la memoria verbale. I pazienti hanno ripreso anche a leggere romanzi, con l’ausilio degli audio-libri, e hanno studiato delle frasi già formulate che potevano aiutarli nella vita di tutti i giorni, ad esempio per prenotare una visita dal medico o un tavolo al ristorante.

Dopo due mesi di terapia, i risultati non hanno tardato ad arrivare: una donna dell’Alabama ha ricominciato a chiamare i nipoti per nome, una paziente del Colorado è tornata a ricordare le specie dei fiori del suo giardino, mentre un signore è riuscito a dare di nuovo indicazioni al proprio cane da pastore per governare il suo gregge di pecore.

«Questi progressi sono molto importanti perché nelle malattie degenerative ci si aspetta un continuo declino, mentre i pazienti con demenza che hanno fatto la terapia riescono a mantenere i risultati ottenuti», spiega la coordinatrice dello studio, Emily Rogalski.

«Molte persone ci hanno detto che prima della terapia credevano di non avere alcun controllo sulla malattia, mentre dopo hanno ricominciato a sentirsi più forti e combattivi, capaci di partecipare più attivamente alla vita», sottolinea la ricercatrice. «Quella che proponiamo non è una cura – specifica – ma può ritardare la progressione della malattia ottimizzando le capacità residue dei pazienti, in modo che possano sfruttarle per compensare i loro problemi». Seguire il trattamento è ancora più facile grazie alla telemedicina, perché il paziente non deve neppure muoversi da casa. «Non importa se vive lontano dallo studio dello specialista – conclude Rogalski – perché può ottenere assistenza ovunque si trovi nel mondo».

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