Salute

Perché gli italiani non hanno più paura dell’Hiv (e si sbagliano)

E' diminuita la percezione del rischio di Aids e Hiv. Ma non i nuovi contagi: in Italia sono stabili da anni, almeno 150 mila i sieropositivi. La malattia oggi è diventata cronica e gestibile con farmaci ma è ancora mortale.

Sono lontani i tempi in cui l’Hiv suscitava ogni sorta di allarmismo, incentivato anche da campagne pubblicitarie al limite del terrorizzante (famoso è uno spot tv degli anni ’80, in cui il sieropositivo era circondato di un alone al neon viola), e si pensava erroneamente di venire contagiati solo con un bacio o una carezza. Oggi lo stato d’allerta sembra cessato e di Aids e Hiv, rispettivamente la malattia e il virus che la scatena, si parla poco, in molti casi con superficialità. Tanto che la percezione del rischio di contagio, nel nostro Paese come in altri, è significativamente ridotta rispetto al passato tra i ‘sessualmente attivi’, ovvero la categoria di persone che potenzialmente potrebbero essere esposte al virus. Quasi tutti, in altre parole, eterosessuali od omosessuali, giovani o anziani, donne o uomini che hanno comportamenti a rischio e non badano alla prevenzione sessuale. Un calo di interesse verso il problema Aids a fronte, invece, di un numero di contagi e nuove diagnosi di positività all’Hiv che negli ultimi anni è rimasto stabile: in Italia, stando all’ultimo aggiornamento fornito dall’Istituto Superiore di Sanità, nel 2013 i nuovi casi sono stati 3806, quasi il doppio rispetto a quelli registrati nel 2006. L’1 dicembre si celebra la Giornata mondiale contro l’Aids, un’occasione per capire com’è cambiato oggi il problema Hiv.

Per alcuni l’Hiv si limita solo a una questione di ‘preservativo si o preservativo no’, tanto che sta emergendo un nuovo fenomeno, il ‘bug chasing’, in cui le persone si espongono o cercano volontariamente il contagio per recuperare, a detta loro, una maggiore libertà sessuale. Ne parliamo con Carlo Federico Perno, ordinario di virologia del Policlinico universitario Tor Vergata di Roma.

Gruppo San Donato

Perché molte persone oggi non hanno più paura dell’Hiv?

Il fatto che una persona pensi, erroneamente, che prendere l’Hiv sia una cosa innocua, anzi, sia quasi positiva perché libera dell’obbligo del preservativo, è talmente folle che ci dà la misura di quanto sia stata completamente perduta la percezione di questa malattia. Limitarla solo alla questione del preservativo è riduttivo e, forse, è stato l’errore di alcune campagne che non hanno colto invece il punto fondamentale del problema: il virus dell’Hiv è mortale e continua oggi a circolare nella popolazione. In Italia probabilmente colpisce 150 mila persone e non è assolutamente in calo.

Una minore percezione del rischio è evidente: non hanno avuto effetto le campagne di informazione?

Manca completamente l’attenzione nei confronti della malattia. Le campagne di informazioni sono pressoché assenti, ormai da anni. E questo, unito alla disinformazione che viaggia su internet soprattutto tra alcune comunità di persone sessualmente attive, ha creato una situazione consolidata di scarso interesse e bassa percezione dell’Aids e della diffusione reale del virus Hiv.

L’Hiv fa meno paura anche perché oggi si muore meno per la malattia o conseguenze associate. Ma è ancora da considerarsi mortale?

Sì. Fino a metà degli anni ‘90, ovvero prima dell’arrivo della tripla terapia, l’Aids era una malattia con una mortalità del 100 per cento e scampavano solo coloro che, per una qualche ragione poco chiara, erano più fortunati di altri. I farmaci hanno cambiato il decorso clinico della malattia trasformandola da invariabilmente mortale a malattia cronica. Ma di Hiv si muore ancora, con tasso del 2-5 per cento l’anno, perché i pazienti sieropositivi non seguono adeguatamente la terapia prescritta e perché spesso le diagnosi non sono tempestiva. L’Italia è fanalino di coda dell’Europa per la diagnosi: molti casi sono individuati in ritardo, quando la malattia è già in stato avanzato. Iniziare le terapie in ritardo aumenta significativamente il rischio di mortalità.

I sieropositivi vivono più a lungo, al pari della popolazione sieronegativa. Ma con quale qualità di vita?

Rispetto ai primi cocktail di farmaci, quelli attuali non hanno conseguenze drammatiche, hanno effetti collaterali modesti. L’infezione da Hiv può essere controllata. Si vive bene e per un numero di anni molto vicino alla popolazione non sieropositiva solo nella misura in cui la terapia viene assunta in maniera inappuntabile, per tutta la vita e con uno stile di vita estremamente attento.

La disponibilità di farmaci efficaci e più tollerati alimenta un altro ‘falso mito’, che sia sufficiente prendere delle pastiglie per risolvere il problema Hiv. Quanto c’è di vero?

Molti dimenticano un particolare: l’Hiv non è un virus dormiente, fa danni all’organismo anche quando la malattia è tenuta sotto controllo con i farmaci che sono comunque tossici nel medio e lungo termine. Le terapie hanno risolto la malattia acuta, si evita la sua progressione e morte certa entro 1-2 anni dalla conclamazione. Con la cronicizzazione della malattia abbiamo scoperto che il virus danneggia lentamente l’organismo: i sieropositivi con carica virale controllata hanno complessivamente un rischio da 2 a 10 volte più alto di tumori, diabete, malattia renale, infarto del miocardio, ictus rispetto alla popolazione sieronegativa.

Si potrà guarire un giorno dall’Hiv?

Per natura i retrovirus, come Hiv, si incorporano nel genoma dell’ospite infettato. Le probabilità di guarire dall’Hiv sono bassissime, così come la possibilità di eradicare un giorno il virus dall’organismo. Si stanno studiando delle strategie, come ad esempio i vaccini, per impedire al virus di ‘risvegliarsi’ nel paziente ma sono ancora in fase preliminare. Nei prossimi anni potremmo avere le prime risposte e un quadro più chiaro.

29/11/2014

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