Diventare papà a 70 anni: pochi rischi per il bebè

papà a 70 anni

Richard Gere, che a breve spegnerà 69 candeline, è in attesa di un figlio dalla moglie 35enne. I rischi di una maternità in età avanzata si conoscono. Cosa si sa sulla paternità "anziana"?

L’ultimo in ordine di tempo è Richard Gere, ma prima di lui è toccato a tanti altri, da Robert De Niro a Clint Eastwood. Sono uomini che dopo i 50 o i 60 anni diventano padri. Quasi 70 le candeline del protagonista di Pretty Woman, che sta aspettando un bambino dalla moglie 35enne. Solitamente, sotto la lente d’ingrandimento finisce l’età della mamma: ogni donna sa che dopo i 35 il rischio che il feto possa avere problemi di salute aumenta e la preoccupazione è quasi sempre accompagnata da specifici esami di diagnosi prenatale.

Le differenze tra uomo e donna

Per gli uomini non vale la stessa cosa? Un bambino nato dallo spermatozoo di un sessantenne non corre rischi maggiori di uno nato dal gamete di un trentenne? «Si parla molto dell’età materna e meno di quella dell’uomo, che tuttavia ha un’importanza rilevante. Le donne hanno un numero di ovuli destinato a terminare a un certo punto della loro vita, un numero che non si rinnova», spiega Francesco Brancati, professore di genetica medica all’Università de L’Aquila e medico genetista (puoi chiedergli un consulto qui). «I gameti maschili, invece, si rinnovano periodicamente e potenzialmente per tutta la vita. Ma non questo non esclude rischi per patologie genetiche che correlano con l’età paterna».

Si rischiano patologie diverse

Come dimostrano molti studi scientifici, esiste una correlazione tra l’avanzata età materna e l’incremento di patologie del feto legate al numero di cromosomi (in particolare, della sindrome di Down). «L’età avanzata del papà, invece, è correlata al rischio di altre malattie, che non riguardano principalmente il numero di cromosomi, bensì i cambiamenti delle lettere del DNA in un singolo gene, le mutazioni», continua l’esperto. «Parliamo di patologie monogeniche rare, rarissime o ultra rare. Possono essere di diversa natura: alcune forme sono più note, come specifiche forma di nanismo o la craniostenosi, altre sono meno conosciute». Ma, «a differenza della donna, quella dell’uomo è una correlazione lineare che, come confermano studi scientifici, possiamo osservare nell’arco di tutta la vita riproduttiva. Il tasso di mutazione “spontanea”, la lettera cambia nel Dna appunto, aumenta negli spermatozoi con l’aumentare dell’età. Inoltre alcune mutazioni del Dna forniscono agli spermatozoi un “vantaggio di crescita”, quindi il loro tasso aumenta in queste cellule».

Perché manca la percezione del rischio

Tuttavia, la percezione è che solo le donne siano preoccupate a concepire un figlio in età avanzata. Perché, nonostante un papà anziano non sia garanzia di salute, gli uomini non si preoccupano di mettere al mondo figli anche dopo i 60 anni? «Il fatto è che si tende a focalizzare l’attenzione sulle cose più note e conosciute», spiega Brancati, «e noi tradizionalmente abbiamo a disposizione esami prenatali diagnostici per le patologie correlate all’età materna avanzata perché, come nel caso della trisomia 21, sono più frequenti». Amniocentesi e villocentesi, a cui le donne ricorrono in età avanzata, sono utilizzate nella pratica quotidiana per diagnosticare patologie come la trisomia 21 e altre legate al numero di cromosomi.

Gli strumenti di diagnosi

Per quanto riguarda le patologie correlate all’età avanzata del padre, non possiamo dire che non esistono strumenti di diagnosi, ma sicuramente sono più complicati. Si tende a parlare di esame prenatale in termini di tipo di prelievo (nell’amniocentesi si prende il liquido amniotico dalla cavità uterina, mentre nella villocentesi si aspira una piccola quantità di tessuto dai villi coriali), ma dovrebbe esserci maggiore attenzione sul tipo di indagine genetica che si esegue sul materiale prelevato con questi metodi. Questo dovrebbe essere l’oggetto di una consulenza genetica prenatale. Consulenza che, però, non viene sempre garantita. «C’è però da dire», conclude l’esperto, «che le patologie causate da mutazioni in geni-malattia, possono essere tantissime – anche se singolarmente rare – e la diagnosi prenatale non si può focalizzare sull’individuazione di tutte le possibili malattie. Anche perché le patologie dominanti di cui stiamo parlando sono molto variabili e non sempre è possibile attribuire un significato clinico preciso a una variante del Dna».

Giulia Masoero Regis

 

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