
Il tumore al fegato è tra i più difficili da trattare e, ancora oggi, tra i più letali. Ma c’è un dato che cambia la prospettiva: oltre il 78% dei casi diagnosticati potrebbe essere prevenuto. A dirlo è una vasta analisi internazionale basata sui dati di 185 Paesi, che ha stimato come più di 530mila tumori del fegato su oltre 680mila registrati nel 2022 siano attribuibili a fattori di rischio modificabili.
In altre parole, non si tratta solo di genetica o sfortuna: abitudini, infezioni e condizioni metaboliche giocano un ruolo decisivo nello sviluppo dell’epatocarcinoma, la forma più comune di tumore primitivo del fegato.
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Le cause principali: infezioni, metabolismo e comportamenti
Secondo lo studio, la quota maggiore dei casi di tumore al fegato è legata alle infezioni croniche da virus dell’epatite B e C, responsabili di circa due terzi delle diagnosi a livello globale. Un peso enorme, che tuttavia negli ultimi decenni è andato riducendosi grazie alla diffusione della vaccinazione anti-HBV e alle terapie antivirali sempre più efficaci contro l’HCV.
Accanto alle infezioni, però, cresce il ruolo dei fattori metabolici: obesità, diabete di tipo 2 e steatosi epatica associata a disfunzione metabolica. È proprio quest’ultima categoria a registrare l’aumento più marcato, soprattutto nei Paesi occidentali, dove alimentazione ipercalorica e sedentarietà sono sempre più diffuse.
Completano il quadro i fattori comportamentali, in particolare l’abuso di alcol e il fumo, oltre all’esposizione all’aflatossina B1, una tossina che può contaminare alcuni alimenti come cereali e frutta secca e che resta un problema rilevante in diverse aree del mondo.
Italia: meno virus, più casi metabolici
Anche in Italia il quadro è in linea con quello internazionale. I dati più recenti indicano che oltre il 70% dei tumori primitivi del fegato è riconducibile a fattori di rischio noti, in particolare epatite B e C e abuso di alcol.
Nelle regioni del Nord circa un terzo dei casi è attribuibile al consumo eccessivo di bevande alcoliche, mentre negli ultimi anni si è registrato un progressivo aumento dei tumori a origine metabolica o mista, legati a obesità, diabete e fegato grasso.
Diagnosi tardiva e scarsa consapevolezza
Uno dei problemi principali è che il tumore al fegato nelle fasi iniziali non dà sintomi. I segnali compaiono spesso solo quando la malattia è già avanzata: dolore addominale, gonfiore, perdita di peso, stanchezza, nausea, ittero.
In Italia la maggior parte dei casi si sviluppa in persone con cirrosi epatica, motivo per cui da tempo è prevista una sorveglianza con ecografia semestrale nei soggetti a rischio. Tuttavia, spiega Daniele, «i tumori correlati agli stili di vita e ai fattori metabolici vengono spesso diagnosticati più tardi, perché questi pazienti non sono consapevoli di avere una patologia epatica predisponente e non rientrano nei programmi di controllo».
Da qui l’importanza di coinvolgere anche medici di base, endocrinologi e diabetologi nella valutazione epatologica dei pazienti con obesità e diabete.
Terapie: progressi, ma la prevenzione del tumore al fegato resta centrale
L’epatocarcinoma è un tumore aggressivo e solo in una minoranza di casi può essere trattato con interventi chirurgici o trapianto di fegato. Oggi la maggior parte dei pazienti viene trattata con farmaci sistemici, tra cui immunoterapia e terapie mirate.
Negli ultimi anni, l’immunoterapia ha migliorato la sopravvivenza anche negli stadi avanzati: circa un paziente su cinque trattato con questi farmaci è vivo a cinque anni dall’inizio della terapia. Un progresso importante, che però non cambia il messaggio di fondo.
Il messaggio chiave: la prevenzione del tumore al fegato è possibile
Il dato più forte che emerge dalla ricerca è chiaro: il tumore al fegato non è inevitabile. Vaccinazioni, terapie antivirali, riduzione del consumo di alcol, controllo del peso e diagnosi precoce possono fare la differenza.
In un’epoca in cui obesità e diabete sono in costante aumento, investire sulla prevenzione e sulla consapevolezza resta la strategia più efficace per ridurre l’impatto di una delle neoplasie più complesse da affrontare.




