
Telegiornali, pagine d’approfondimento, salotti televisivi ma anche podcast, mondi virtuali e serie tv: la violenza, di qualsiasi genere essa sia, entra nelle nostre case quotidianamente. La osserviamo da spettatori, protetti solitamente da un banale schermo, a volte inorriditi, altre indignati, altre ancora incuriositi. Eppure, la violenza non sempre arriva da “fuori” e non sempre riguarda qualcun altro. Talvolta prende forma proprio all’interno delle mura domestiche, simbolo per antonomasia di protezione e conforto. Da rifugio sicuro e intimo, anche la casa può trasformarsi in spazio angusto e malsano. È il caso, ad esempio, di tutti quei genitori perseguitati da figli violenti.
In questo articolo
Quanto è diffusa la violenza verso i genitori?
Benché se ne senta parlare poco, la violenza filio-parentale è tutt’altro che ascrivibile a risicati e isolati casi. Da una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica BMC Public Health nel 2025, che ha revisionato 25 precedenti studi incentrati sulla prevalenza e sui fattori di rischio associati a questo fenomeno, è emerso che il 34,8% dei 25.000 partecipanti (ragazzi e giovani adulti) aveva esercitato una qualche forma di violenza su entrambi i genitori. A commettere violenza fisica era stato il 10% del campione preso in esame, mentre per quella psicologica la percentuale saliva all’82,6%.
Si tratta di una meta-analisi importantissima, dal momento che ottenere dati di prevalenza, specialmente aggiornati, su questa realtà non è affatto semplice. «Si tratta di un fenomeno in larga parte sottostimato, sia perché la consapevolezza pubblica sull’argomento sta ancora emergendo, sia perché le sue caratteristiche lo rendono particolarmente difficile da rilevare», spiega Virginia Suigo, psicologa e psicoterapeuta, autrice di Figli violenti. Parental abuse in adolescenza: valutazione e intervento (FrancoAngeli) e coordinatrice dell’équipe di psicologi dell’Istituto Minotauro di Milano. «Lo stigma accompagna spesso i tentativi dei genitori di rivolgersi all’esterno in cerca dell’aiuto di familiari, amici, gruppi di appartenenza e persino professionisti». Gli episodi di violenza filio-parentale rimangono spesso nascosti per vergogna, paura e senso di colpa. Da qui le difficoltà a stimare realmente il fenomeno.
Stando all’approfondimento La violenza filio-parentale in Italia: aspetti giuridici a cura di Alessandro Rudelli, consulente criminologo per il Dipartimento Salute Mentale e Dipendenze – Ser.D. Area Penale e Penitenziaria – della ASST santi Paolo e Carlo di Milano e Giudice Onorario al Tribunale per i Minorenni di Milano, tra il 2014 e il 2017 si è verificato un aumento del 56% delle denunce a carico di minori nell’ambito del reato di maltrattamento in famiglia (nel 2014 le denunce sono state 169 contro le 264 del 2017). «I numeri non sono paragonabili a quelli per altri reati, ma la costanza dell’aumento è di per sé un elemento su cui riflettere», continua Suigo. Nei primi sei mesi del 2020, ad esempio, «si sono registrati quasi altrettanti casi che nell’intero 2018, rispettivamente 521 e 581».
Violenza filio-parentale: ci sono diverse forme
I figli violenti possono accanirsi sui genitori, esercitando diverse forme di violenza:
- Verbale. «Urlare, sfidare, rispondere in modo caustico, sarcastico o critico per irridere il genitore, rivolgergli insulti, bestemmie o offendere i valori fondanti di una famiglia ne sono esempi», dice la dottoressa Suigo.
- Fisica. Questa forma comprende «il lancio e la distruzione volontaria di oggetti, gli sputi, gli spintoni, i calci e i pugni».
- Economica. Per la psicologa dell’Istituto Minotauro si intende rubare denaro o altri oggetti presenti in casa, pretendere soldi, minacciare o ricattare emotivamente mamma e papà per estorcere loro del denaro, vendere oggetti e beni di loro appartenenza, accumulare debiti che solo i genitori possono poi saldare.
- Emotiva. In questo senso «si considerano le richieste irrealistiche e le pretese di obbedienza, la deliberata omissione di particolari rispetto ai propri spostamenti e ai propri impegni al fine di far preoccupare, le fughe da casa o il mancato rientro notturno, le menzogne, le minacce di ferire o uccidere se stessi o altri, i tentativi di convincere il genitore di essere pazzo, o altri comportamenti manipolatori finalizzati a fare paura, umiliare il genitore o impedirgli di esercitare il proprio ruolo», continua Suigo.
Chi sono i figli violenti: soprattutto adolescenti ma con profili diversi
«La fascia d’età su cui ci si concentra maggiormente quando si parla di violenza filio-parentale è quella della preadolescenza e dell’adolescenza, perché è proprio in questo periodo che il fenomeno irrompe in modo evidente», spiega la psicologa Virginia Suigo. «Le situazioni critiche che incontriamo nei giovani adulti sono quasi sempre l’evoluzione di dinamiche già avviate in precedenza. È più raro che una persona, senza segnali pregressi, manifesti improvvisamente crisi di violenza sui genitori in età adulta».
Ma chi sono i figli volenti? Partiamo col dire che gli adolescenti violenti in famiglia non sono tutti uguali ma, come emerge dal lavoro di Suigo e dalla letteratura scientifica internazionale, sono molti i fattori che si intrecciano nella genesi dei comportamenti aggressivi. In generale, si possono delineare alcuni profili di rischio.
Violenza assistita
Spessissimo i figli diventano violenti coi genitori perché loro stessi hanno assistito a violenze nell’ambito familiare. «Chi è stato testimone di violenza domestica ha interiorizzato comportamenti distruttivi e tendenzialmente non ha modelli alternativi di gestione dei conflitti», interviene l’autrice e psicologa. Alcuni studi, come quello appena citato e pubblicato su BMC Public Health, collegano l’apprendimento sociale, cioè l’imitazione di modelli violenti, a questi episodi.
Legami iperprotettivi e simbiotici
In alcuni casi la violenza può nascere da un legame eccessivamente stretto, iperprotettivo, quasi simbiotico, che spesso c’è tra madre e figlio. «Con l’adolescenza nasce il bisogno di separarsi – dice la specialista – ma se questa autonomia è stata a lungo ostacolata, la rottura può diventare esplosiva. Culturalmente stiamo limitando sempre di più l’esplorazione autonoma dei bambini e degli adolescenti. La rabbia, che è un’emozione vitale, non trova quindi spazio e rischia di esplodere in forme distruttive».
Separazioni conflittuali
«Un altro profilo riguarda le separazioni altamente conflittuali: qui il figlio può diventare il “braccio armato” di un genitore contro l’altro, trasformando il conflitto adulto in violenza filiale».
Gli insospettabili
Si tratta di famiglie apparentemente non problematiche, poco conflittuali, con genitori molto affettuosi e sacrificali. «Ottimi papà e mamme nell’infanzia, ma che faticano enormemente quando arrivano le prime forme di ribellione adolescenziale. In questi casi anche trasgressioni quotidiane e fisiologiche possono innescare crisi violente», continua Suigo.
Che ruolo svolgono le sostanze stupefacenti?
Stando al report ESPAD®Italia 2024, curato dall’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ifc) e condotto su un campione di oltre 20.000 studenti delle scuole superiori, nel corso dell’anno in esame i ragazzi che hanno consumato almeno una sostanza illegale erano più di 620mila. Se confrontati con quelli degli anni precedenti (nel 2023 erano 680mila e nel 2022 690mila), questi dati confermano che il consumo di sostanze risulta in calo.
«Purtroppo oggi la sperimentazione di sostanze psicoattive è ormai una componente fisiologica del processo di crescita, come dimostrano le scarse percentuali dei coloro che se ne astengono rilevate dagli osservatori internazionali», interviene nuovamente Suigo. «Ciò non significa che tutti coloro che fanno uso di stupefacenti manifestino poi problemi comportamentali o siano violenti all’interno delle mura domestiche. Eppure si ha la percezione di un’emergenza generalizzata che non corrisponde ai dati in nostro possesso. La nostra tendenza è infatti quella di cercare spiegazioni causali esterne ma in realtà entra quasi sempre in gioco una dimensione intenzionale: si sceglie di mettere in atto un comportamento violento. Esiste un’ampia letteratura che ci ricorda che la violenza è una scelta».
Detto questo, innegabilmente «alcune specifiche sostanze possono aumentare il rischio di violenza per gli effetti diretti che hanno sull’individuo a livello farmacologico, neurotossico e di ritiro», spiega la psicoterapeuta. Inoltre esistono dei denominatori comuni tra chi assume stupefacenti e chi fa ricorso a comportamenti aggressivi, come la ricerca di sensazioni forti, la scarsa convenzionalità, l’impulsività, la predisposizione a un’emotività negativa.
Questi possibili intrecci tra l’uso di sostanze illegali e gli atteggiamenti problematici possono sfociare anche nella violenza filio-parentale. «Sotto l’effetto di una sostanza un adolescente potrebbe rivelarsi più reattivo e meno capace di regolare i propri comportamenti, passando da una conflittualità verbale nei confronti dei genitori a un attacco fisico violento», prosegue la specialista. «Inoltre, la richiesta di denaro per procurarsi sostanze, nonché il consumo di per sé, può essere fonte di battaglie e assedi familiari, che rischiano di degenerare in escalation violente».
Esiste un “gene della violenza”?
Di fronte a figli violenti che si accaniscono sui propri genitori ci si chiede se esiste una predisposizione innata alla violenza e se questa sia “scritta” nel DNA. «Si tende a credere che chi è violento fuori casa lo sia automaticamente anche dentro la sua abitazione, come se esistesse una violenza generalizzata e indistinta», dice Suigo. «In realtà il tipico adolescente antisociale, che magari compie danneggiamenti o rapine, è spesso estremamente protettivo nei confronti dei genitori. Il classico ragazzo che seguiamo nei servizi della giustizia minorile, tra i tanti tatuaggi che decorano il suo corpo, uno che celebra la figura della mamma c’è quasi sempre. Quindi no, non è vero che esiste un “gene della violenza” o che si nasca già con questa predisposizione».
Come gestire i figli violenti?
Come dovrebbero agire i genitori nei confronti di figli violenti? Nel suo libro, Virginia Suigo mette a confronto modelli educativi e riabilitativi, evidenziando i limiti di quelli prettamente punitivi e proponendo alternative fondate su autoregolazione e responsabilizzazione.
Punire non basta
La specialista chiarisce che, nel caso di figli violenti, la punizione è inefficace e talvolta controproducente. Anche la letteratura scientifica concorda sul fatto che un approccio esclusivamente punitivo e coercitivo aumenti la recidiva nei percorsi penali e sia dannoso a livello educativo. In particolare, la punizione:
- funziona per interrompere un’azione violenta e pericolosa nell’immediato ma non promuove un’interiorizzazione delle regole;
- si rivela inutile quando il figlio rifiuta e deride la decisione del genitore o reagisce con altra violenza;
- può generare rabbia e desiderio di vendetta;
- inserisce i genitori in un vortice di sottomissione – durante la violenza in sé – e di tentativi di ripresa autoritaria.
Suigo, tuttavia, ribadisce che anche perdono e lassismo privano l’adolescente dell’occasione di comprendere l’impatto delle proprie azioni.
20 passi per riprendere il controllo di figli violenti
Una ricerca pubblicata sulla rivista Child Psychiatry and Human Development nel 2007 riassume gli step che si sono rivelati più promettenti e che i genitori dovrebbero percorrere per tentare di riprendere il controllo sui figli violenti.
- Avere ben presenti i propri diritti come persone e genitori.
- Alla luce del comportamento del figlio violento, determinare cosa sia accettabile e cosa no.
- Identificare i motivi per cui il figlio agisce così, ricordandosi che alcune etichette – ADHD, disturbo dell’apprendimento, depressione – non giustificano le azioni di violenza.
- Stabilire quali comportamenti devono essere minimizzati o eliminati e quali, invece, incoraggiati.
- Definire i comportamenti che devono essere cambiati.
- Esaminare le proprie reazioni di fronte alle violenze dei figli, interrompendo quelle disfunzionali (punizioni fisiche, richieste eccessive, escalation di lotte di potere).
- Individuare le risposte da dare, ricordando ciò che i genitori – in quanto tali – fanno per i propri figli.
- Identificare rinforzi positivi da implementare.
- Individuare altri privilegi che possono utilizzare come risposte.
- Costruire un piano d’azione per incoraggiare il figlio violento a comportarsi diversamente.
- Comunicare questo piano d’azione al figlio.
- Ottenere il supporto di altre persone, come familiari, amici, insegnanti.
- Individuare opzioni alternative nel caso in cui i figli non volessero collaborare.
- Essere consapevoli del fatto che la situazione possa anche peggiorare.
- Definire un “piano di sicurezza” per evitare di incappare in scenari peggiori.
- Mettere in pratica il piano d’azione.
- Revisionarlo e modificarlo in base alle circostanze.
- Incoraggiare, gratificare, lodare il figlio che mostra miglioramenti.
- Essere pronti a eventuali crisi e ricadute.
- Non dimenticarsi della propria vita, che deve comunque continuare a prescindere dalle azioni del figlio.
A chi possono rivolgersi i genitori?
Parlarne con qualcuno di familiare
I genitori vessati da figli violenti vivono spesso un mix di emozioni dolorose: angoscia, senso di colpa, disagio, senso di fallimento, vergogna. «Il pensiero ricorrente è “Ho fallito come genitore, la colpa è mia” e questo impedisce, talvolta, di chiedere aiuto», dice la psicoterapeuta. «In realtà, prima lo si fa e meglio è. Bisogna riuscire a parlarne fuori dalle mura domestiche, anche solo con un altro familiare, un amico o un collega. Questo può essere d’aiuto per abbattere il tabù, alleggerirsi di un carico molto pesante e stemperare la tensione. Anche incentivare il giovane a confrontarsi con un parente o una persona esterna alla dinamica “genitore-figlio” può aiutare, specialmente all’inizio».
Rivolgersi ai professionisti
È importante non aspettare che la situazione degeneri. Infatti il passo successivo è quello di cercare supporto all’esterno. «Il medico di base dovrebbe sempre essere un primo punto di riferimento, anche per orientarsi tra i servizi disponibili sul territorio. Quelli appositamente dedicati agli adolescenti e i consultori familiari, quando sono presenti e accessibili, possono offrire percorsi specifici», continua Suigo.
Ovviamente poi ci sono le figure di riferimento, cioè gli psicologi e gli psicoterapeuti, che possono lavorare con i genitori – e, se appropriato, anche con i figli – sugli equilibri relazionali alla base della violenza. «Molti genitori si bloccano perché pensano che ad aver bisogno del supporto di un professionista debba essere il figlio e non loro. Ma spesso l’aiuto iniziale serve proprio ai genitori. Uno spazio in cui recuperare tranquillità e autorevolezza può, da solo, contribuire a far rientrare la situazione. A volte il figlio arriverà in un secondo momento, altre volte non arriverà affatto, ma il sistema familiare cambia comunque. Ridare potere a mamme e papà, aiutarli a capire cosa sta succedendo e come intervenire, riequilibra le dinamiche interne. Ed è importante farlo per tempo, alle prime avvisaglie, perché la violenza può subire un’escalation sempre più difficile da gestire», spiega la dottoressa.
A volte bisogna allontanarsi fisicamente
«Nelle situazioni più gravi può essere utile anche un periodo di distanza fisica – presso altri familiari o strutture dedicate – per mettersi al sicuro dagli episodi di violenza, recuperare una certa tranquillità emotiva e intraprendere percorsi di supporto», dice Suigo.
A mettere a disposizione uno spazio abitativo d’emergenza è, ad esempio, Le Querce di Mamre, il progetto del servizio di accoglienza del Gruppo Abele, realizzato con il contributo economico del Fondo di Beneficenza del Gruppo Intesa San Paolo. Caso unico in Piemonte, questo “spazio di decompressione” accoglie i genitori che non possono più sostenere situazioni opprimenti e talvolta pericolose. Spesso c’è la necessità di allontanarsi dal nucleo familiare conflittuale per «interrompere l’esposizione al rischio di violenza, elaborare le emozioni vissute e tentare di sviluppare nuove strategie comunicative», commenta Adriana Casagrande, responsabile del servizio. In questo rifugio sicuro e accogliente sono sempre presenti un educatore e famiglie di supporto, «nuclei in grado di accogliere, sostenere e accompagnare le famiglie e le persone che stanno vivendo un periodo di fragilità».
Le Querce di Mamre offre anche la possibilità di richiedere una consulenza giuridico-legale, allo sportello giuridico InTI, nei casi in cui si debba arrivare, ad esempio, a una denuncia. Per informazioni e colloqui, si possono contattare i numeri (+39) 011 2486221 e 3356865389 o scrivere una mail a accoglienza@gruppoabele.org.




