
«Mi piace coltivare la gioia, la curo con metodo e disciplina. Si può dire che è il mio secondo lavoro, dopo quello di attrice». Donatella Finocchiaro parla così, con una allegria che sembra conquistata, non ricevuta in dono. La sua idea di felicità non è un colpo di fortuna, ma un esercizio quotidiano, un allenamento costante come la ginnastica del mattino per risvegliare l’organismo o le tecniche di respiro che usa sul set prima di una scena difficile o ancora le posizioni di yoga serali. La sua è una ricerca lucida e profonda, che attraversa il corpo prima ancora della mente.
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Donatella Finocchiaro e la gestione dell’ansia
Ha detto che l’ansia per lei è legata alla perdita. Che cosa intende?
«Ho affrontato numerose sedute di psicanalisi su questo tema. Quando perdo un oggetto, o quando sento che qualcosa mi sfugge, mi sale un’ansia che mi rimbomba dentro. È come se la mia voce rimbalzasse in uno spazio vuoto. E la perdita, in tutte le sue forme, è sempre stata qualcosa che mi destabilizza».
Il set è un luogo che può alimentare questa sensazione?
«Sì, perché il set è meraviglioso e terribile allo stesso tempo. È un posto creativo, ma carico di aspettative. In quell’ora di riprese tutti si aspettano il massimo da te. E poi c’è la fretta: “Cambiamo inquadratura”, “Facciamone un’altra”, “Non c’è tempo”. La fretta nell’arte è un paradosso, ma in televisione capita spesso. Al cinema c’è un po’ più spazio per respirare».
Come gestisce l’ansia quando arriva, soprattutto in quei momenti?
«Mi sveglio presto. Anche alle sei. Mi preparo il mio tè verde, faccio stretching prima ancora di scendere dal letto. Pratico yoga da quasi vent’anni ed è diventato il mio salvagente: rallenta il respiro, mi riporta nel corpo. Quando devo girare una scena drammatica, so quali saranno le difficoltà e ci arrivo preparata: pancia, calma, ritmo. Uso tecniche di respirazione, le ho interiorizzate: sono strumenti potentissimi».
Yoga, spiritualità e bioenergetica
Lo yoga è entrato nella sua vita in un momento molto difficile…
«Sì. Ho iniziato nel 2005, quando mia madre stava male, prima che se ne andasse. L’ho accompagnata per quasi nove anni tra ospedali, chemioterapia, fragilità. Io avevo 25 anni e non riuscivo a gestire la sua malattia e la mia vita insieme: lavoro, relazioni, era tutto complicato. E come molti ragazzi cercavo rifugi facili: le serate, l’alcol. Ma ho capito che non era quella la strada. Avevo bisogno di qualcosa che mi tenesse in piedi, che mi aiutasse a non scappare da ciò che provavo. Lo yoga è stato questo».
Ha raccontato di avere una dimensione spirituale molto forte. È vero che da bambina voleva addirittura diventare suora?
«Sì, ho sempre avuto un senso profondo della spiritualità. Non è religiosità in senso stretto, è una connessione. Mi proteggo molto: scelgo accuratamente le persone con cui condivido il tempo, cerco chi ha una sensibilità simile alla mia. Funziona un po’ come l’algoritmo dei social: ti circondi di ciò che ti piace».
Ho letto che oltre allo yoga, ha lavorato molto anche sul rapporto tra corpo ed emozioni. In che modo?
«Mi sono affidata a fasi alterne alla psicanalisi, ma anche alla bioenergetica¹. Le emozioni noi le tratteniamo fisicamente: blocchi nella schiena, nello stomaco, nel collo. Viviamo in un mondo che ci impone di trattenere tutto, di piangere da soli. Ma quando le emozioni non ci attraversano, il corpo lo manifesta. E allora arrivano la fatica, il mal di stomaco, le tensioni. La bioenergetica mi ha insegnato a sciogliere, a lasciare fluire».
Il metodo Grinberg
Poi c’è il metodo Grinberg³, uno strumento poco conosciuto ma da alcuni ritenuto molto potente…
«È un altro metodo che ho provato negli anni. Si tratta di una forma di bodywork che utilizza il tocco, il respiro e il movimento per riconoscere le abitudini fisiche che ci limitano. Nel metodo non si combattono i sintomi: si ascoltano. Il corpo parla sempre e a volte l’ansia è solo un accumulo di tensioni non elaborate. Lavorare su questo, per me, è stato liberatorio».
Parla molto del corpo come luogo delle emozioni. È un approccio che la aiuta anche nel lavoro di attrice?
«Moltissimo. Quando pratico il respiro di fuoco² – una tecnica del Kundalini Yoga – sento l’energia salire. È una respirazione ritmata, con espirazioni forzate, che purifica e dà forza. Prima di una scena intensa, mi aiuta a ricordare che sono nel mio corpo, non nella mia testa. Ed è lì che nasce l’interpretazione».
Ha detto spesso che il teatro è stato il suo primo rifugio emotivo.
«Sì. Ho iniziato a recitare per riempire un vuoto. Cercavo qualcosa che mi scaldasse il cuore. All’inizio era un gioco, pensavo di lavorare come avvocato, poi ho capito che per entrare davvero in un personaggio devi guardarti dentro, affrontare i tuoi blocchi. La recitazione è uno studio profondo su se stessi. Alla fine non ho più potuto farne a meno».
Donatella Finocchiaro e la maternità
Come è cambiata la sua vita diventando madre a 43 anni?
«I primi due anni sono stata una madre ansiosa, poi ho trovato un equilibrio e ora permetto che Nina sperimenti: se vuole salire sulla staccionata, la tengo per mano, ma la lascio fare. Noi genitori abbiamo il vizio di dimenticarci di come eravamo noi da bambini e adolescenti».
Che cosa le ha insegnato la maternità?
«Che i bambini hanno i loro tempi e che se siamo stressati, stressiamo anche loro. La scuola impone performance e competizione: almeno a casa, regaliamo loro un po’ di gioia, di lentezza, di autenticità. Essere madre mi ha fatto pensare alla me bambina: fragile ma indipendente. Mi impegno ogni giorno a essere una persona migliore per lei».
Attenzione all’alimentazione
Ha un rapporto molto disciplinato anche con l’alimentazione.
«Sono fissata! Compro solo frutta e verdura di stagione, il più possibile biologica. Ho ridotto molto la carne: non solo per etica – mangio ancora pesce – ma perché la carne mi appesantisce, nella digestione e nei pensieri, così come il glutine e i formaggi. È come se il corpo me lo dicesse».
In un’epoca in cui tutti cercano integratori e soluzioni rapide, lei cosa pensa davvero che ci serva?
«Quiete. Viviamo in un frullatore: abbiamo bisogno di noia, di radicarci nel corpo. La risposta non è aggiungere, ma togliere. Fermarsi. Respirare. Stare. Da lì nasce tutto.»
Note:
¹ Terapia bioenergetica. Sviluppata negli anni Cinquanta dallo psicoanalista Alexander Lowen, parte dal presupposto che tensioni emotive e traumi possano “bloccare” l’energia nel corpo. Attraverso esercizi di respirazione, radicamento, postura e vibrazione muscolare, la terapia mira a sciogliere rigidità fisiche e favorire un maggiore contatto con le emozioni. Non esistono evidenze scientifiche definitive sulla sua efficacia terapeutica, ma alcuni la considerano utile per migliorare la percezione corporea e alleviare lo stress.
² Respiro di fuoco. Tipico del Kundalini Yoga, è una tecnica basata su un ritmo rapido di inspirazioni ed espirazioni che coinvolge fortemente il diaframma. I sostenitori affermano che aumenti l’energia, migliori la concentrazione e aiuti a liberare tensioni emotive. La ricerca scientifica è scarsa e non conclusiva, e la pratica può non essere adatta a tutti, soprattutto in presenza di patologie cardiovascolari o respiratorie. Alcune persone riferiscono comunque una sensazione di vitalità e chiarezza mentale.
³ Metodo Grinberg. Ideato dal terapeuta israeliano Avi Grinberg negli anni Sessanta-Settanta, combina respirazione, tocco fisico e consapevolezza corporea con l’obiettivo di interrompere schemi comportamentali e muscolari considerati limitanti. Non è riconosciuto come terapia medica e le prove scientifiche sono molto limitate. Chi lo pratica sostiene che possa favorire rilassamento profondo e una maggiore attenzione alle proprie reazioni fisiche ed emotive.




