
«Anch’io, come tante, sono caduta nell’errore di pensare di non avere niente di particolare. Ecco perché oggi, a distanza di anni dalla diagnosi, ho deciso di parlarne e di rivolgermi soprattutto alle giovani ragazze». Antonia Liskova, attrice di cinema, teatro e televisione tra le più apprezzate, ha scelto di raccontare la sua esperienza con la sindrome dell’ovaio policistico che, nonostante colpisca circa il 10% delle donne in età fertile, spesso viene sottovalutata.
La colpa va ricercata innanzitutto nei sintomi, che vengono confusi con normali fastidi adolescenziali: acne persistente, ciclo irregolare e doloroso, aumento della peluria, ma anche resistenza all’insulina, dolori pelvici e problemi di fertilità.
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Antonia Liskova e la sindrome dell’ovaio policistico
Come ha scoperto di avere l’ovaio policistico?
«Tutto è iniziato intorno ai 17-18 anni con un’acne molto evidente. A quell’età ti dicono: “È normale, passerà”. La dermatologa mi ha tranquillizzata, prescrivendomi una terapia contro i brufoli, che ha migliorato un po’ la situazione ma non l’ha risolta. Ero convinta che con il tempo sarebbe passato tutto. A vent’anni, durante una visita ginecologica di routine, il medico, palpando il basso addome, ha capito che c’era qualcosa che non andava e ha deciso di indagare, sottoponendomi a un’ecografia: così ha scoperto una cisti ovarica grande sei centimetri e ha capito che non si trattava semplicemente di acne, ma di un problema più ampio e ormonale».
Come ha reagito alla diagnosi?
«Il ginecologo mi ha prescritto immediatamente la pillola anticoncezionale, non tanto come contraccettivo, ma per regolare il rilascio degli ormoni. E la prima cosa che mi ha detto è che in futuro avrei potuto avere difficoltà a rimanere incinta. Avevo vent’anni, sognavo di avere una famiglia e sono rimasta scioccata dalle sue parole. Poco dopo, ho dovuto affrontare un intervento chirurgico: la situazione era così compromessa che mi hanno dovuto asportare un ovaio. Pensavo: “Ora quello rimasto dovrà lavorare per due”. Fortunatamente, piano piano tutto ha ricominciato a funzionare».
La terapia ormonale l’ha aiutata?
«All’inizio sì, anche se la pillola era molto forte, mi ricordo che si chiamava Diane, con controindicazioni pesanti. L’ho presa fino ai 25 anni. Quando l’ho sospesa, i sintomi sono tornati (non come all’inizio!), ma abbastanza da capire che una pastiglia non risolve la sindrome dell’ovaio policistico: è come l’aspirina per l’influenza, tiene a bada solo i sintomi, ma non la cura. La terapia richiede molto altro: alimentazione, esercizio fisico, gestione del peso».
Poi la gravidanza
Eppure, nonostante tutto, è rimasta incinta naturalmente.
«Sì, a 27 anni. Avevo smesso di prendere la pillola da poco e pensavo che sarebbe stato difficile. Invece è accaduto nel momento giusto, o almeno così si dice. Dopo la gravidanza, gli ormoni si sono riequilibrati e per un po’ di tempo ho avuto la sensazione di aver risolto tutto. Intorno ai 30 anni, però, ho avuto un altro problema – si pensava fosse una nuova cisti – e ho dovuto firmare un consenso in cui autorizzavo, se necessario, l’asportazione totale di utero e ovaio. A quell’età sarebbe stato devastante: menopausa precoce, rischio di osteoporosi, problemi cardiovascolari, sbalzi di umore, vampate. Alla fine, non era una cisti, ma una gravidanza extrauterina. E così ho ancora il mio apparato riproduttivo, anche se con qualche cicatrice in più…».
Ha fatto controllare sua figlia, visto che può esserci familiarità?
«Sì, l’ho fatta controllare ed è tutto a posto. Ha solo piccoli squilibri ormonali, davvero comuni fra i ragazzi di oggi. Credo incidano molto l’alimentazione, il fumo, l’alcol, il junk food. Vedo tante ventenni con cellulite o ritenzione: non è solo estetica, è indice che qualcosa non va».
Antonia Liskova: «È fondamentale farsi seguire da uno specialista perché siamo tutte diverse»
Oggi pensa che ci sia più consapevolezza sulla sindrome dell’ovaio policistico?
«Un po’ sì, ma non abbastanza. Vedo tante ragazze che soffrono di acne o cicli irregolari e nessuno che le indirizza a una visita ginecologica. È come se fossero rassegnate al fatto che con le mestruazioni si debba soffrire. Ma ho imparato che quando c’è dolore, c’è sempre una causa. Solo fino a qualche anno fa, quando si accennava a problemi di questo tipo, quasi si provava vergogna, come se fosse colpa delle donne».
Quanto conta lo stile di vita per chi ha questo problema?
«Tantissimo. Io quando sto molto attenta a quello che mangio sento la differenza. Ma è fondamentale farsi seguire da uno specialista perché siamo tutte diverse. Io sto meglio se evito le farine raffinate e i lieviti; a casa mia ho quasi solo prodotti integrali. Poi, ovviamente, quando sono sul set per mesi mi arrendo, perché posso solo mangiare i cestini che mi fornisce la produzione, ma cerco di stare attenta… E soprattutto pratico yoga e pilates: mi aiutano sia a livello fisico che mentale. La palestra non fa per me: lì dentro potrei impazzire!».




