Salute

Iniziare a fumare da giovani è più pericoloso di quanto pensi

Uno studio scientifico dimostra che l’età di inizio conta quanto il numero di sigarette nella vita, e anche pochi strumenti possono fare danni duraturi

Quando si parla di fumo, gran parte dell’attenzione è spesso rivolta a quanto si fuma: il numero di sigarette al giorno, il totale nel corso degli anni, i pacchetti all’anno. Ma una ricerca recente ha messo in luce un altro aspetto cruciale e sorprendente: l’età in cui si accende la prima sigaretta può influenzare profondamente il rischio di malattie cardiovascolari decenni dopo. In altre parole, fumare da giovanissimi non è semplicemente una cattiva abitudine: può essere un vero e proprio investimento in un futuro di salute compromessa.

Analizzati i dati di oltre 9 milioni di adulti

Uno studio di grande portata condotto dal Seoul National University Hospital e pubblicato su Scientific Reports ha analizzato dati sanitari di oltre 9,2 milioni di adulti senza malattie cardiovascolari all’inizio dell’osservazione. I ricercatori hanno scoperto che chi ha iniziato a fumare prima dei venti anni, anche con un’esposizione cumulativa simile nel corso della vita, presenta rischi significativamente più alti di infarto miocardico e ictus rispetto a chi ha iniziato più tardi.

Per esempio, tra coloro che avevano accumulato almeno 20 pacchetti-anno di fumo, chi aveva iniziato a fumare prima dei 20 anni ha mostrato un rischio di infarto superiore di oltre 2,4 volte e di ictus superiore di circa 1,8 volte rispetto ai non fumatori. Il rischio combinato di infarto e ictus era più che raddoppiato rispetto ai non fumatori, e anche la mortalità per tutte le cause risultava nettamente più alta.

Questi risultati vanno oltre la semplice misura della quantità di sigarette fumate: suggeriscono che c’è una finestra di vulnerabilità biologica durante l’adolescenza e la prima età adulta in cui il corpo e, in particolare, il sistema cardiovascolare sono molto più suscettibili agli effetti tossici del tabacco. In termini pratici, ciò significa che, a parità di consumo totale, fumare per la prima volta a 16 anni è molto più dannoso che farlo a 30 anni.

Sigarette e adolescenti: perché un inizio precoce è così dannoso?

Il meccanismo alla base di questo effetto amplificato è legato alla fragilità e allo sviluppo del sistema cardiovascolare nei giovani. Le pareti delle arterie in età giovanile sono più elastiche e meno “fortificate” contro gli stimoli nocivi. Quando le tossine presenti nel fumo di sigaretta entrano in contatto con l’endotelio, ovvero il rivestimento interno dei vasi sanguigni, si innesca una risposta infiammatoria e ossidativa che può lasciare danni permanenti.

Questi processi favoriscono l’accumulo di placche aterosclerotiche, che nel tempo possono portare a infarto e ictus ben prima di quanto si potrebbe immaginare in chi ha iniziato a fumare di recente o più tardi nella vita.

In pratica, l’organismo di un adolescente “lavora male” di fronte alle stesse sostanze tossiche rispetto a quello di un adulto: le cellule e i tessuti sono in fase di sviluppo e reagiscono in modo più intenso agli stimoli dannosi, compromettendo la normale crescita dei vasi sanguigni e aumentando la vulnerabilità a malattie future.

Sigarette e adolescenti: anche poche fanno male

Se già l’età di inizio gioca un ruolo così cruciale, quello che emerge da un’altra importante ricerca è che nemmeno un consumo “leggero” è sicuro. Uno studio pubblicato sulla rivista PLOS Medicine, condotto da ricercatori della Johns Hopkins University, ha monitorato oltre 320.000 adulti per quasi vent’anni per comprendere i rischi associati a diversi livelli di consumo di sigarette. Sorprendentemente, chi aveva fumato solo da 2 a 5 sigarette al giorno mostrava un rischio di insufficienza cardiaca aumentato del 50% e un rischio di morte per qualsiasi causa aumentato di circa il 60% rispetto ai non fumatori.

Questi risultati si sommano alla solida evidenza epidemiologica che non esiste un livello “sicuro” di fumo: anche un consumo basso o occasionale di sigarette porta a danni misurabili e significativi sulla salute cardiovascolare e sulla mortalità complessiva.

Il fumo “lascia un’impronta” anche dopo aver smesso

Una delle domande più comuni riguarda l’effetto di smettere: se smetto presto, posso azzerare i danni? La risposta scientifica è ottimista ma realistica. La ricerca mostra che il rischio cardiovascolare diminuisce drasticamente nei primi dieci anni dopo l’ultima sigaretta e continua a scendere con il passare del tempo. Tuttavia, anche dopo 30 anni di cessazione, un ex fumatore può avere un rischio leggermente superiore rispetto a chi non ha mai fumato.

Tutto ciò ribadisce un principio fondamentale di prevenzione: non è mai troppo tardi per smettere, ma è sempre troppo presto per iniziare. Evitare il primo contatto con il tabacco durante l’adolescenza o la giovinezza non solo riduce il rischio di dipendenza, ma può davvero fare la differenza tra un cuore sano e un rischio aumentato di infarto, ictus e altre malattie cardiovascolari nel corso della vita.

Ogni sigaretta conta

Questi studi ribadiscono un messaggio chiaro e forte: il modo in cui pensiamo al fumo deve cambiare. Non basta contare quanti pacchetti si consumano o per quanti anni si fuma; occorre guardare anche quando si inizia. La giovane età non è solo un numero: è un periodo di vulnerabilità biologica che può segnare la salute cardiovascolare per decenni. Questo è un invito alla prevenzione primaria, alla promozione di politiche che ritardino drasticamente l’età di prima esperienza con il tabacco e a programmi educativi rivolti a genitori, scuole e comunità.

Francesco Bianco

Giornalista professionista dal 1997, ha lavorato per il sito del Corriere della Sera e di Oggi, ha fatto interviste per Mtv e attualmente conduce un programma di attualità tutte le mattine su Radio LatteMiele, dopo aver trascorso quattro anni nella redazione di Radio 24, la radio del Sole 24 Ore. Nel 2012 ha vinto il premio Cronista dell'Anno dell'Unione Cronisti Italiani per un servizio sulle difficoltà dell'immigrazione. Nel 2017 ha ricevuto il premio Redattore del Gusto per i suoi articoli sull'alimentazione.
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