Salute Mentale

Revenge porn: come difendersi

Dal 2019 esiste una legge che lo punisce, ma il fenomeno non si è mai fermato e con le nuove tecnologie, in primis l’intelligenza artificiale, assume forme diverse e scova nuovi canali

Se fino a qualche tempo fa il rischio era “solo” di subire la ritorsione di un ex vendicativo, ora c’è molto di più da temere. Telecamere domestiche violate, furti di identità, software in grado di modificare voci e volti ci rendono tutti potenziali vittime di esposizione pubblica della propria privacy. Le ultime in ordine di tempo sono un corposo numero di presentatrici tv, giornaliste, attrici e cantanti italiane, che si sono ritrovate “spogliate” dall’intelligenza artificiale su un forum pubblico.

Recente anche il caso Jolanda Renga, figlia di Francesco Renga e Ambra Angiolini, protagonista di un episodio di “sex extortion”, la richiesta di denaro sotto minaccia di pubblicare presunte foto osé. Il problema è serio: nonostante dal 2019 esista una legge contro il revenge porn, il fenomeno non si è mai fermato, ma ha assunto nel tempo forme diverse e ha scovato nuovi canali. La fresca vicenda del gruppo social “Mia moglie” ha spalancato le porte al peggiore degli incubi, quello di essere traditi, o peggio “venduti”, da chi condivide il nostro letto e ha promesso di amarci e proteggerci.

Revenge porn: cosa dice la normativa

Delle conseguenze devastanti del revenge porn si è cominciato a parlare dopo la tragica vicenda di Tiziana Cantone, la ragazza morta suicida nel 2016 dopo la diffusione di alcuni video erotici da parte dell’ex compagno. Non importa se quelle registrazioni fossero state effettuate o meno con il suo consenso. Come spiega la Polizia di Stato: «Il materiale che configura il reato di revenge porn può essere scattato inizialmente in modo consensuale e poi condiviso con altri senza l’accordo della persona ritratta, oppure scattato o girato senza permesso fin dall’inizio».

Il Garante della privacy chiarisce che, in ogni caso, l’invio o la diffusione senza consenso è un crimine. Succede, nella maggior parte dei casi, dopo una rottura. «Dietro non c’è solo vendetta. C’è la logica del possesso: “se non sei più mia o mio, sarai di tutti”», spiega Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta. Uno studio del 2023 della società di sondaggi francese Ifop ha rilevato che, tra chi aveva alle spalle la chiusura di una relazione, il 26% ha utilizzato i social per danneggiare la reputazione dell’ex, mentre il 25% ha inviato foto intime dell’altro per danneggiarlo.

I mezzi più utilizzati e l’uso dell’intelligenza artificiale

Lo smartphone è il mezzo più utilizzato, nel 90% dei casi: infatti l’uso di social o messaggistica come veicoli di diffusione è previsto come aggravante del reato. Oggi, poi, con i potenti mezzi dell’intelligenza artificiale, tutto è possibile: secondo una ricerca realizzata a marzo 2025 da Thorn e Burson, circa il 6% dei giovani americani è già stato vittima di “deepfake nudes”, la creazione di immagini di nudo o a sfondo sessuale, realizzate a partire da foto reali manipolate digitalmente. Attualmente, per fortuna, c’è una norma apposita: il 10 ottobre 2025 è entrata in vigore la prima legge italiana (132/2025) sull’intelligenza artificiale, che integra l’AI Act europeo con disposizioni nazionali, garantendo al cittadino il diritto di essere informato sull’uso di certi programmi in procedimenti e attività che lo riguardano e proteggendolo contro i rischi degli algoritmi.

Revenge porn: non è solo per vendetta

Tornando alla ricerca appena citata, il 2% degli intervistati ammette di aver provato a creare immagini di nudo “giocando” con l’intelligenza artificiale. I motivi? Curiosità, pressioni del gruppo, gioco. E, naturalmente, desiderio di vendetta, con un disegno preciso: rovinare l’ex, ricordandogli chi comanda. Spiega Emmanuele A. Jannini, andrologo e sessuologo, professore ordinario di endocrinologia e sessuologia medica presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata: «Chi si macchia di questo reato è spesso una persona, oltre che criminale, anche delusa, arrabbiata, che non tollera la perdita e non accetta il fatto che le cose non siano andate come immaginava. Ma c’è anche una quota di esibizionismo, del proprio potere e dell’abilità di controllare l’altro, o altra».

Prosegue Lavenia: «La cultura dello sguardo pornografico trasforma il corpo in merce da esibire per ottenere status, approvazione, appartenenza. Nei gruppi come “Mia moglie” la vendetta è solo la superficie: sotto c’è la complicità di chi ride, condivide, partecipa. È una violenza collettiva. A spingere non è solo la rabbia, ma l’idea malata che l’intimità dell’altro sia un trofeo da esporre. È la stessa mentalità che normalizza il bullismo: il dolore dell’altro diventa spettacolo». Erano 32 mila gli uomini iscritti al gruppo dedicato allo scambio di foto osé della propria moglie o compagna: tra loro c’è chi non ha scattato, ma rischiano grosso tutti quelli che in vario modo prendevano parte alla comunità.

La legge parla chiaro: chiunque pubblica o diffonde senza autorizzazione può essere perseguito penalmente al pari di chi ha fatto partire la catena di invii. La pena cresce se i fatti sono commessi da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa.

Rischi ancora sottovalutati

Quando invece si fa un uso strumentale dell’immagine per ottenere qualcosa in cambio (soldi, favori sessuali o altro) si parla di sextortion. Può essere persino l’estremo, folle, tentativo di riportare la persona nella relazione. Secondo dati raccolti da Nielsen nell’ambito della campagna informativa #NonMiViolare di Telefono Rosa e Motorola, due terzi dei ragazzi italiani sono consapevoli dell’impatto psicologico di questi gesti. Il 92% sa cos’è il revenge porn e un quarto conosce una vittima. Ciononostante, ben il 50% ha ammesso di aver inviato foto intime in modo consensuale e lo rifarebbe, incurante dei rischi. Forse non c’è ancora abbastanza consapevolezza di quanto sia difficile, se non impossibile, bloccare la circolazione di tali immagini, una volta partita la catena delle condivisioni. Ne sa qualcosa il conduttore tv Stefano de Martino, le cui telecamere di casa sono state hackerate: nonostante la richiesta ripetuta di rimozione del filmato alla Procura e alla Polizia postale, i contenuti continuano a girare e le visualizzazioni a lievitare.

Le vittime di revenge porn vivono il senso di colpa

I casi purtroppo continuano a crescere. Nel 2020 si contavano già due episodi al giorno: secondo il dossier di Codice rosso, il lockdown ha contribuito a un’impennata di casi. Numeri sottostimati, in quanto le donne hanno spesso paura e vergogna a denunciare. «In genere chi è vittima di episodi di questo tipo sperimenta un forte senso di vergogna, che porta a isolarsi», spiega Lavenia. Il sentimento più diffuso è il senso di colpa, soprattutto se il revenge porn segue al sexting, cioè l’autoscatto di se stessi in atteggiamenti intimi. «Il sexting non è di per sé una devianza, ma espone a un rischio oggettivo», prosegue Lavenia, che è anche esperto di
educazione digitale e presidente dell’Associazione nazionale Di.Te. (Dipendenze Tecnologiche).

«Una volta che un contenuto intimo lascia il tuo telefono, non ti appartiene più. Lo controlli fino al tasto “invia”. Dopo, non hai più potere. Chi pensa che “tra noi c’è fiducia, non succederà mai” dimentica che l’amore può finire, la rabbia può esplodere, la fiducia può essere tradita. E allora quell’immagine diventa un’arma». Bisogna educare tutti a un utilizzo etico della tecnologia.

Secondo l’esperto, l’educazione digitale è una questione di sopravvivenza emotiva. «Non basta vietare ai ragazzi di cliccare su link sospetti: bisogna insegnare loro a riconoscere i pericoli delle relazioni tossiche e delle richieste manipolatorie», continua. «Non si tratta di demonizzare la sessualità online, ma di spiegarne i confini: “fidarsi non significa consegnarsi”. Vale anche per gli adulti, perché non c’è età in cui la vulnerabilità scompaia: anche un quarantenne innamorato può cadere nella stessa trappola».

Educare è una necessità

L’educazione digitale dovrebbe poi andare di pari passo con quella affettiva e sessuale. Dall’edizione 2025 dell’Osservatorio Giovani e Sessualità di Durex con Skuola.net emerge una richiesta quasi unanime di attività di questo tipo nelle scuole, sia da parte dei ragazzi (88,9%) che dei genitori (78,6%). «Non ha senso un intervento politico e legislativo sul revenge porn se non è accompagnato da interventi puntuali di educazione sessuale e dei sentimenti nelle scuole di ogni ordine e grado. Il motivo è da ricercarsi nella struttura del nostro cervello, che nell’età giovane e adolescenziale non è ancora completamente formato», afferma il professor Jannini. «Dal punto di vista neurobiologico, infatti, la corteccia prefrontale, quella parte che ci permette di prevedere le conseguenze delle nostre azioni, si sviluppa nella maggior parte delle persone dopo 21-25 anni. Spetta a noi adulti spiegare ai più giovani che ogni decisione, ogni gesto, comporta sempre delle ripercussioni, su di sé e sugli altri».

Revenge porn: colpite soprattutto le donne

Secondo i dati di Codice Rosso, nove volte su dieci la vittima è una donna. Esistono poi, al di là del genere di appartenenza, fattori di vulnerabilità psicologica che possono rendere alcune persone più manipolabili, come bassa autostima, bisogno di approvazione, dipendenza affettiva, paura dell’abbandono, del giudizio o del rifiuto. «Spesso, quando uno dei due partner avanza la richiesta di filmarsi nell’atto erotico, dietro un’accettazione titubante c’è solo il desiderio di dimostrare a tutti i costi fiducia totale nei confronti dell’altro», spiega Jannini.

«Quella che si instaura è tuttavia una dinamica non troppo lontana dal setting masochista, dove uno dei due membri della coppia, chiamato nel linguaggio psichiatrico “bottom” (cioè “quello che sta in basso”), si mette
completamente nelle mani dell’altro, il “top” (“in alto”), che ha il controllo totale della relazione. Solo che nella relazione sadomaso “sana” non avviene nulla senza il consenso di entrambi. È nelle situazioni di squilibrio che personalità estremamente deboli cedono alla pressione dell’altro non perché lo vogliano, ma per rendersi più accettabili e degne di amore ai suoi occhi».

I campanelli d’allarme

Spesso, i campanelli d’allarme non sono eclatanti, ma bisogna saperli riconoscere. Dice Lavenia: «Un partner che insiste oltre i tuoi no, che ti colpevolizza se non ti esponi come vuole, che fa leva sull’amore per ottenere prove di fiducia: bisogna fare attenzione. La frase “se mi ami, lo fai” è violenza psicologica travestita da affetto. Bisogna insistere sul concetto di consenso: il “sì” è libero, momentaneo, può cambiare in qualsiasi istante. Senza consenso non c’è erotismo: c’è abuso. In terapia lo vedo spesso: chi subisce non si accorge di essere manipolato perché confonde il controllo con la cura».

Le relazioni tossiche e i comportamenti abusanti, come il love bombing (iniziative eclatanti di amore) o il breadcrumbing (“briciole”, cioè segnali sporadici di interesse), sono fattori di rischio. La gelosia del partner non è mai un buon motivo per rinunciare ai propri spazi, nemmeno online. Alcuni comportamenti sono dettati dal buon senso, come:

  • non condividere le password,
  • non accettare un dispositivo già inizializzato (potrebbe contenere software pericolosi),
  • attivare il riconoscimento facciale o l’impronta digitale sui propri dispositivi,
  • rifiutare la localizzazione automatica se imposta dal partner.

I consigli del sessuologo

Conclude Jannini: «Il sesso è una sfera complessa: ha come obiettivo il piacere proprio e dell’altro, ma soprattutto, è basato sulla capacità di trarre piacere dal piacere altrui. Quando, invece, uno dei due partner sembra più interessato alla conferma della propria fragile identità e delle proprie capacità a letto, non va bene. Secondo: di fronte alla richiesta di fare sesso davanti alla telecamera e al telefonino, bisogna cercare di capire quali sono le reali intenzioni dell’altro. Sappiamo purtroppo che molti richiedenti, soprattutto maschi, mascherano le proprie cattive intenzioni con tematiche di dedizione e amore, oppure di curiosità, di ricerca di qualcosa di alternativo, di estremo. Se si desidera sperimentare questa strada mantenendo il controllo della situazione, un escamotage efficace potrebbe essere quello di proporre di utilizzare il proprio apparecchio personale, anziché quello del partner, senza metter in comune con lui il filmato, ma solo rivedendolo assieme».

«Ma suggerisco di analizzare con attenzione anche le proprie motivazioni. Se si decide, consapevolmente, di riprendersi nella propria nudità e di fissare, su un supporto di qualsiasi tipo (digitale o non) le proprie immagini, che è un gesto già di per sé rischioso, bisogna anche chiedersi preventivamente che obiettivo ha questa operazione. Rende più eccitante l’atto sessuale? Questo significa che una parte dell’eccitazione è tratta dalla dimensione trasgressiva dell’atto, proprio come è eccitante per molte persone fare sesso nel bagno del ristorante o durante un volo aereo: sanno che esiste un margine di rischio, che genera eccitazione, e lo accettano. Ma a quel punto bisogna anche chiedersi, contestualmente, se si sarebbe capaci di sostenere, psicologicamente ed economicamente, i potenziali effetti futuri, già previsti e messi in conto, di quel momento di eccitazione».

Testo di Roberta Camisasca

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