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Microplastiche nel corpo: verità o falso allarme?

Scienziati mettono in discussione gli studi che parlano di plastica in cervello, sangue e arterie

Le microplastiche sono davvero presenti nel nostro organismo? Negli ultimi anni studi scientifici molto citati hanno sostenuto di aver individuato micro e nanoplastiche nel cervello, nel sangue, nei testicoli, nella placenta e perfino nelle arterie. Tuttavia, una crescente parte della comunità scientifica mette ora in discussione queste conclusioni, parlando di possibili contaminazioni, falsi positivi e limiti metodologici. Secondo alcuni chimici, i dubbi sollevati rappresentano una vera e propria “notizia bomba” per il settore.

Microplastiche e salute: cosa sappiamo davvero oggi

È indiscutibile che l’inquinamento da plastica sia onnipresente: le microplastiche sono state rilevate nell’aria, nell’acqua e negli alimenti. Tuttavia, gli effetti sulla salute umana restano poco chiari, nonostante l’enorme aumento degli studi sul tema.

Il problema principale è tecnico: le micro e nanoplastiche sono estremamente piccole, spesso al limite delle capacità delle attuali tecniche analitiche, soprattutto quando si analizzano tessuti umani complessi. Secondo diversi esperti, la corsa a pubblicare risultati “sensazionali” avrebbe portato, in alcuni casi, a trascurare controlli fondamentali di laboratorio, pur senza alcuna ipotesi di cattiva condotta.

Una recente analisi ha identificato 18 studi che non avrebbero considerato adeguatamente il rischio di confondere componenti naturali dei tessuti umani con segnali attribuiti alle plastiche.

Il caso delle microplastiche nel cervello

Uno degli studi più discussi, pubblicato all’inizio del 2024, suggeriva un aumento nel tempo delle microplastiche nel cervello umano, basandosi su campioni post mortem raccolti tra il 1997 e il 2024.

Nel novembre successivo, però, un gruppo di scienziati ha pubblicato una Matters Arising letter contestando la metodologia, citando controlli insufficienti contro la contaminazione e mancanza di validazione dei risultati.

Secondo alcuni chimici ambientali, il segnale attribuito al polietilene potrebbe in realtà derivare dai grassi presenti nel cervello, che costituiscono circa il 60% del tessuto cerebrale e sono noti per generare falsi positivi con alcune tecniche.

Microplastiche nel corpo: in sangue, arterie e testicoli. I risultati sono controversi

Dubbi simili riguardano studi che hanno riportato:

In diversi casi, le critiche hanno sottolineato l’assenza di campioni “blank”, fondamentali per misurare la contaminazione ambientale durante il prelievo e l’analisi.

Il limite delle tecniche analitiche: il caso della Py-GC-MS

Una delle tecniche più utilizzate per identificare le microplastiche è la pirolisi accoppiata a gascromatografia e spettrometria di massa (Py-GC-MS). Tuttavia, uno studio pubblicato nel gennaio 2025 ha concluso che questa metodologia non è attualmente affidabile per identificare polietilene e PVC nei tessuti biologici, a causa di interferenze persistenti.

Il problema è che alcune molecole prodotte dalla degradazione delle plastiche sono indistinguibili da quelle generate dai grassi umani, rendendo i risultati biologicamente poco plausibili, soprattutto quando vengono riportate concentrazioni elevate in organi vitali.

È biologicamente plausibile?

Secondo diversi esperti, particelle tra 3 e 30 micrometri difficilmente attraversano le barriere biologiche ed entrano nel flusso sanguigno. Le vere candidate a superare queste barriere sarebbero le nanoplastiche, ma attualmente gli strumenti disponibili non sono in grado di rilevarle con precisione nei tessuti umani.

Anche una revisione pubblicata sul Deutsches Ärzteblatt ha concluso che, allo stato attuale, esistono pochissime informazioni affidabili sulla reale distribuzione delle microplastiche nel corpo umano.

Perché servono dati solidi sulle microplastiche

Secondo i ricercatori, prove scientifiche deboli possono avere conseguenze serie:

  • alimentare allarmismo ingiustificato nella popolazione,
  • favorire trattamenti non scientifici (alcuni venduti a migliaia di euro) per “ripulire il sangue”,
  • consentire all’industria della plastica di minimizzare rischi reali, screditando l’intero campo di ricerca.

Cosa fare nel frattempo: precauzioni ragionevoli

In attesa di dati più solidi, molti esperti consigliano un approccio prudente ma non allarmista:

  • evitare di scaldare cibi in contenitori di plastica,
  • ridurre l’uso di bottiglie di plastica, preferendo vetro o acciaio,
  • ventilare gli ambienti domestici,
  • filtrare l’acqua con filtri a carbone attivo.

È probabile che micro e nanoplastiche entrino nel nostro organismo, ma quanto siano presenti e quali effetti reali abbiano sulla salute umana è ancora tutto da chiarire. La priorità della ricerca oggi non è fare titoli sensazionalistici, ma migliorare i metodi analitici, collaborare tra discipline e fornire dati affidabili su cui basare politiche ambientali e sanitarie realmente efficaci.

Francesco Bianco

Giornalista professionista dal 1997, ha lavorato per il sito del Corriere della Sera e di Oggi, ha fatto interviste per Mtv e attualmente conduce un programma di attualità tutte le mattine su Radio LatteMiele, dopo aver trascorso quattro anni nella redazione di Radio 24, la radio del Sole 24 Ore. Nel 2012 ha vinto il premio Cronista dell'Anno dell'Unione Cronisti Italiani per un servizio sulle difficoltà dell'immigrazione. Nel 2017 ha ricevuto il premio Redattore del Gusto per i suoi articoli sull'alimentazione.
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