A metà del mese di maggio un grave incidente ha coinvolto cinque ricercatori italiani, impegnati in un’immersione all’interno delle grotte subacquee di Dhekunu Kandu, nell’atollo di Vaavu alle Maldive. È stato il peggior incidente subacqueo mai avvenuto in quell’area di mondo, formata da migliaia di isole coralline e, sotto la superficie dell’acqua, da un complesso sistema di grotte sommerse, come quelle in cui si erano avventurati i cinque italiani.
A trascinare la vicenda ha contribuito il difficile recupero dei corpi, individuati nelle camere chiuse della “grotta dei subacquei”, a oltre 50 metri di profondità; ciò ha richiesto l’intervento di tre sommozzatori finlandesi di grande esperienza, Sami Paakkarinen, Jenni Westerlund e Patrik Grönqvist, dotati di un equipaggiamento specializzato per riuscire in un’impresa che avrebbe potuto costare loro la vita (come, tra l’altro, è successo al primo soccorritore maldiviano). Perciò sono stati insigniti dell’onorificenza al Merito della Repubblica italiana dal presidente Mattarella.
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L’incidente alle Maldive e le domande sulla fisiologia delle immersioni
Mentre si stanno ancora cercando di appurare le cause dell’incidente (quando viene scritto questo articolo si ipotizzano una perdita dell’orientamento o una narcosi da azoto) sorgono altri interrogativi circa l’adattamento del nostro organismo alle profondità marine. Nella linea evolutiva la nostra specie è uscita dall’acqua diversi milioni di anni fa, di conseguenza l’ambiente marino non rappresenta il nostro habitat ideale. Eppure nel corso dei decenni ci siamo avventurati ben al di sotto della sua superficie, grazie alla messa a punto di strumenti con cui effettuare immersioni in profondità ma, soprattutto, grazie alla conoscenza di alcune leggi essenziali della fisica.
La legge di Boyle: perché la pressione aumenta sott’acqua

«Durante un’immersione la pressione ambientale aumenta progressivamente con la profondità», spiega Chiara Ferri, direttrice medica di Dan Europe, l’organizzazione internazionale nata nel 1983 per fornire assistenza ai subacquei di tutto il mondo e che ha prestato supporto agli specialisti intervenuti per le operazioni di recupero dei corpi dei nostri connazionali. «Ciò significa che tutto il corpo umano, e in particolare le cavità contenenti aria come orecchie, seni paranasali e polmoni, sono sottoposti a significative variazioni pressorie».
Qui entra in gioco la prima regola che un subacqueo deve apprendere: la legge di Boyle, la quale afferma che “a temperatura costante, il volume di un gas è inversamente proporzionale alla pressione”. La sua applicazione alle immersioni implica che l’aumento della pressione comprima l’aria nelle cavità corporee chiuse e nei polmoni: più si scende al di sotto del livello del mare e più si riduce il volume d’ossigeno nei polmoni. L’aria si fa più densa, costringendo il sommozzatore a un maggior consumo rispetto a quanto avviene in superficie.
Come cambia la respirazione durante un’immersione
I moderni erogatori permettono ai subacquei di respirare alla pressione adatta alla profondità a cui si trovano, ma prima di immergersi bisogna concentrarsi sulla respirazione, che deve essere sempre continua e ben regolata. Norma ineludibile è che non bisogna mai trattenere il respiro, né durante la discesa, né durante la risalita, altrimenti la differenza di pressione può causare un barotrauma polmonare con conseguenze drastiche per l’organismo.
Le miscele respiratorie nelle immersioni profonde
«Aumentando la pressione, si modificano gli effetti fisiologici dei gas respirati», prosegue Ferri. «Alcuni possono diventare narcotici, altri tossici, mentre l’organismo assorbe progressivamente gas inerti, ovvero non metabolicamente attivi, nei tessuti». Per tale motivo, nelle immersioni a grandi profondità è fondamentale scegliere la miscela di gas più adatta. «A profondità elevate l’aria atmosferica non è sempre fisiologicamente sicura da respirare», chiarisce l’esperta. «L’azoto può provocare effetti narcotici importanti, mentre l’ossigeno ad alte pressioni può diventare tossico per il sistema nervoso centrale. Perciò i subacquei tecnici utilizzano miscele respiratorie differenti, adattate al profilo dell’immersione».
Nitrox, trimix ed heliox: quando si utilizzano
Tra le più note figurano il “nitrox” (ha una percentuale di ossigeno maggiore rispetto all’aria), il “trimix” (quello usato dai sommozzatori finlandesi per le operazioni di recupero alle Maldive e che prevede una miscela a base di ossigeno, azoto ed elio), e, infine, “heliox” (composto da ossigeno ed elio, quest’ultimo utile soprattutto per ridurre la narcosi e facilitare la respirazione in profondità).
Perché servono addestramento e pianificazione
«Il corpo umano possiede meccanismi di adattamento straordinari, ma oltre certe profondità la risposta fisiologica all’esposizione diventa estremamente complessa e, per controllare i potenziali rischi, sono necessari addestramento specifico, pianificazione rigorosa e procedure di sicurezza molto precise», spiega ancora il medico, precisando come, nel corso degli anni, la tecnica di immersione si sia evoluta – basti pensare ai palombari, all’inizio del secolo scorso – senza mai rinunciare alla sicurezza, specialmente durante la fase di risalita.
La legge di Henry e il rischio della decompressione

Infatti, la seconda legge della fisica che un buon subacqueo deve conoscere è quella di Henry, la quale afferma che “la quantità di gas disciolto in un liquido è direttamente proporzionale alla pressione parziale del gas sopra il liquido”. Questo significa che all’aumentare della pressione i tessuti assorbono una maggiore quantità di gas inerti (principalmente azoto o elio) i quali, nel corso della risalita, devono essere rilasciati in maniera graduale così da evitare la malattia da decompressione: si tratta di una condizione contraddistinta da dolori articolari, vertigini, alterazioni neurologiche, disturbi della sensibilità e difficoltà respiratorie, ma che può raggiungere quadri ancora più gravi, tali da mettere a rischio la vita.
Perché la risalita è la fase più delicata
«Se la risalita avviene troppo rapidamente, i gas vengono liberati con possibile formazione di bolle all’interno dell’organismo», precisa Ferri. «La decompressione è necessaria a permettere un’eliminazione lenta e controllata dei gas accumulati. Ecco perché i subacquei effettuano soste programmate durante la risalita, seguendo algoritmi decompressivi, computer subacquei e pianificazioni estremamente rigorose. La decompressione non è una pausa facoltativa, ma una parte fondamentale dell’immersione stessa».
Come si interviene nelle emergenze subacquee
La fase più critica di un’immersione è dunque la risalita che deve essere ben controllata, in modo tale da permettere ai gas inerti di ritornare ai polmoni correttamente ed evitare la formazione delle microbolle o di altre più severe condizioni legate alle variazioni pressorie, come il barotrauma polmonare o l’embolia gassosa arteriosa, che richiedono un trattamento medico urgente. «Nelle emergenze subacquee il primo obiettivo è garantire la sicurezza della scena ed evitare ulteriori incidenti durante il soccorso», afferma l’esperta. «Successivamente, è fondamentale riconoscere rapidamente eventuali sintomi sospetti, somministrare ossigeno ad alta concentrazione il prima possibile, monitorare il paziente e attivare immediatamente la rete di emergenza medica e iperbarica. La rapidità di intervento e il coordinamento tra soccorritori, medici e tecnici esperti delle
camere iperbariche possono essere determinanti per la prognosi».
Il riflesso di immersione negli apneisti
Quanto finora descritto varia solo in parte per gli apneisti, che non devono affrontare la fase di decompressione ma sono comunque esposti a pericoli per i quali è richiesta una certa preparazione. «Anche l’apnea comporta importanti adattamenti fisiologici», aggiunge Ferri. «Durante l’immersione il corpo attiva il cosiddetto “diving reflex” (riflesso di immersione), con rallentamento della frequenza cardiaca, vasocostrizione periferica e redistribuzione del sangue verso gli organi vitali. Per l’apneista i rischi principali riguardano soprattutto l’ipossia, cioè la riduzione dell’ossigeno disponibile, che può portare a perdita di coscienza in acqua, blackout
ipossico o sincope da risalita». Per tutti questi motivi l’apnea non dovrebbe mai essere praticata da soli.
Il caso di Alessia Zecchini e i rischi dell’apnea profonda
Nel documentario del 2023 Respiro profondo (The deepest breath, disponibile su Netflix), è stata ripercorsa la storia di Alessia Zecchini, apneista italiana di fama internazionale, detentrice di svariati record mondiali sia nelle discipline indoor che outdoor. Alessia è attualmente la donna più “profonda” del mondo, con un record di -123 metri in assetto costante (monopinna), ottenuto proprio nel 2023 in una competizione alle isole Camotes (Filippine). Il documentario racconta un momento drammatico della carriera di Alessia, coinciso con la morte di Stephen Keenan, suo compagno e preparatore atletico, che aveva dedicato la vita al soccorso di quanti praticano apnea, aprendo una scuola in Egitto e facendosi conoscere come uno dei maggiori e più qualificati safety diver a livello mondiale.
Come soccorrere un apneista in sicurezza
«Nel soccorso di un apneista è fondamentale garantire rapidamente il supporto delle vie aeree, rimuovere il soggetto dall’acqua in sicurezza, monitorare respirazione e coscienza e attivare tempestivamente i soccorsi», chiarisce l’esperta, ribadendo l’importanza della rapidità di intervento che, in molte situazioni, espone a seri rischi gli stessi soccorritori.




