Benessere

Weaponized incompetence: cos’è e perché può rovinare le relazioni

L’incompetenza usata come arma nel tempo può generare profondi squilibri, trasferendo responsabilità e carico mentale su una sola persona

Dalle faccende domestiche alle scadenze di lavoro, fino agli impegni familiari: ti è mai capitato di sentirti la persona che deve sempre tenere insieme i pezzi, mentre qualcun altro sostiene di non essere in grado di assumersi le stesse incombenze? C’è chi “non sa” usare la lavastoviglie, chi “si confonde” con le pratiche burocratiche, chi ha bisogno di continue indicazioni anche per compiti già svolti molte volte. Al di là della semplice distrazione o inesperienza, esiste una dinamica ben precisa che prende il nome di weaponized incompetence. Scopriamo di cosa si tratta.

Weaponized incompetence: cos’è?

Per weaponized incompetence, incompetenza usata come arma o incompetenza strategica, si intende il comportamento di chi, consapevolmente o meno, finisce per spostare responsabilità e carico mentale su un’altra persona. Si verifica quando qualcuno dimostra la propria incapacità a svolgere un compito, o lo esegue deliberatamente male, evitando così di doversene occupare. Ciò che inizialmente può apparire come un piccolo squilibrio quotidiano, nel tempo rischia di portare a una relazione sbilanciata.

Come riconoscerla?

Non si tratta di un errore occasionale, bensì di un modello ripetuto. I segnali per riconoscere la weaponized incompetence possono includere:

  • frasi come “non sono capace”, “lo fai meglio tu”, “dimmi cosa devo fare”, che potrebbero sembrare innocue, vengono usate ripetutamente come pretesto per evitare dei compiti;
  • mancata volontà di apprendere o migliorare, anche dopo aver ricevuto delle istruzioni chiare;
  • descrivere la propria partecipazione come “aiuto” (ad esempio, con i figli, in casa, o al lavoro), e non come condivisione di responsabilità.

In questo modo, si può innescare un circolo vizioso: più la persona si mostra incapace e più le aspettative nei suoi confronti si abbassano; più qualcun altro interviene per compensare e meno occasioni ci sono per assumersi responsabilità. L’incompetenza tende a essere rinforzata nel tempo come strumento per sottrarsi alle incombenze.

Un ruolo importante è attribuito anche ai modelli culturali, ai ruoli e agli stereotipi di genere interiorizzati, che possano portare alcune persone a non sviluppare determinate competenze, delegandole implicitamente a chi viene socialmente percepito come “più adatto”.

Quali sono gli effetti?

La persona che subisce questa dinamica non solo accumula compiti pratici, ma nel lungo periodo potrebbe provare frustrazione, risentimento, senso di sovraccarico e solitudine. Quando il carico ricade sempre sulla stessa persona, la relazione rischia di diventare asimmetrica. La weaponized incompetence può minare la fiducia reciproca, il benessere e l’equilibrio dei rapporti, sia in ambito personale sia professionale.

Weaponized incompetence: come affrontarla?

Comprendere questo fenomeno significa andare oltre il singolo episodio, interrogarsi sulla distribuzione dei ruoli e sulle dinamiche di potere nelle nostre relazioni. La weaponized incompetence si affronta stabilendo innanzitutto limiti e aspettative chiare, evitando di sostituirsi sistematicamente all’altra persona, e comunicando in modo assertivo i propri bisogni e l’impatto emotivo e pratico del suo comportamento. È fondamentale promuovere una collaborazione reale, creando situazioni in cui tutti i coinvolti si impegnino a rispettare le responsabilità condivise, favorendo autonomia ed equità nella gestione dei compiti. Se necessario, un percorso di terapia di coppia può aiutare ad affrontare la situazione.

Aurora Pianigiani

Collabora con OK Salute e Benessere e si occupa di comunicazione in ambito medico-scientifico e ambientale. Laureata in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Firenze, si è formata nel settore dei media digitali e del giornalismo. Ha conseguito il Master in Comunicazione della Scienza e della Salute presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e contestualmente ha scritto articoli per testate giornalistiche che svolgono attività di fact-checking.
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