Salute

Perché uomini e donne rispondono in modo diverso ai farmaci?

La professoressa Flavia Valtorta spiega come sesso e genere influenzino malattie, terapie e prevenzione

La medicina di genere è una disciplina relativamente giovane in Italia. Solo nel 2018, con la cosiddetta Legge Lorenzin, il nostro Paese ha recepito le direttive internazionali – in particolare statunitensi – che impongono di considerare le differenze di genere nella sperimentazione dei farmaci. Un cambiamento recente, se si pensa che lo sviluppo di un farmaco richiede in media circa dieci anni.

Come spiega Flavia Valtorta, Prorettrice per i rapporti internazionali dell’Università Vita-Salute San Raffaele, questo significa che i primi farmaci studiati tenendo conto delle differenze di genere stanno arrivando sul mercato solo ora.

Sesso biologico e genere: non sono la stessa cosa

«Quando si parla di risposta ai farmaci e rischio di malattia, è fondamentale distinguere tra sesso biologico e genere.

Il sesso biologico riguarda le differenze genetiche tra maschi e femmine: i maschi hanno un cromosoma Y, mentre le femmine hanno due cromosomi X. Proprio questa doppia presenza del cromosoma X fa sì che le donne abbiano due copie di molti geni, con una possibile maggiore produzione di alcune proteine. Questo può tradursi, a seconda dei casi, in una protezione maggiore o in una maggiore suscettibilità a determinate patologie.

Il genere, però, è un concetto più ampio. Include:

  • abitudini di vita,
  • ambiente,
  • ruolo sociale,
  • comportamenti culturali,
  • assetto ormonale,
  • composizione corporea.

Tutti questi fattori contribuiscono a spiegare perché uomini e donne si ammalano in modo diverso e rispondono diversamente alle terapie».

Ormoni, peso corporeo e metabolismo dei farmaci

«Un elemento chiave è rappresentato dagli ormoni sessuali. Nelle donne, gli estrogeni – presenti in grande quantità durante l’età fertile – offrono una protezione importante, ad esempio contro le malattie cardiovascolari. Questa protezione viene meno con la menopausa, modificando profondamente il profilo di rischio.

A lungo, negli studi clinici, il cosiddetto “individuo medio” è stato considerato un uomo di 70 kg. Questo ha portato a una sistematica sovrastima dei dosaggi per le donne, che in media hanno un peso corporeo inferiore.

Ma il problema non è solo il peso: le donne metabolizzano molti farmaci più lentamente rispetto agli uomini. Questo significa che il principio attivo resta più a lungo nell’organismo, con un maggiore rischio di accumulo ed effetti collaterali».

Quando il genere diventa un fattore di rischio: l’esempio del carcinoma dell’esofago

«Le differenze di genere non dipendono solo dalla biologia. Un esempio classico riguarda il carcinoma dell’esofago in Giappone, storicamente molto più frequente negli uomini. Per anni non si riusciva a spiegare questa differenza, finché si è scoperto che dipendeva da un comportamento culturale: nella tradizione giapponese, gli uomini mangiavano riso molto caldo subito dopo la cottura, mentre le donne – che servivano i pasti – lo consumavano più tardi, quando era tiepido. Il vero fattore di rischio era quindi l’assunzione di cibo bollente, non una predisposizione biologica.

Questo è un esempio emblematico di differenza di genere, legata a ruoli sociali e abitudini, e non al sesso biologico».

Stessa malattia, sintomi diversi: il caso dell’infarto

«Anche i sintomi delle malattie possono variare in base al genere. L’infarto del miocardio, ad esempio, nelle donne si presenta spesso con disturbi simili a quelli gastrointestinali, come nausea o dolore epigastrico, anziché con il classico dolore toracico.

Questo porta più facilmente a errori diagnostici, con conseguenze gravi: la donna viene rimandata a casa pensando a un problema digestivo, mentre in realtà è in corso un infarto. È uno dei motivi per cui la mortalità cardiovascolare femminile è stata a lungo sottovalutata.

Nonostante le malattie cardiovascolari siano la prima causa di morte anche nelle donne, per anni si è fatta meno prevenzione e si è prestata meno attenzione ai sintomi femminili».

Farmaci studiati sugli uomini: un problema storico

«Per molto tempo l’efficacia dei farmaci è stata valutata quasi esclusivamente sugli uomini. In molti casi, quindi, non esistono dati solidi sull’efficacia delle stesse terapie nelle donne.

Un esempio è la cardioaspirina: largamente utilizzata nella prevenzione cardiovascolare, ma con evidenze scientifiche più robuste negli uomini che nelle donne. Questo rende anche la prevenzione potenzialmente meno efficace nel sesso femminile.

Oggi, per legge, i nuovi studi clinici devono includere uomini e donne, con analisi separate. Sono in corso anche revisioni sull’efficacia dei farmaci già in uso».

Perché studiare le donne è più complesso

La sperimentazione clinica femminile è più complessa perché le donne non costituiscono un gruppo omogeneo. Bisogna considerare:

  • età fertile e menopausa,
  • uso o meno di contraccettivi orali,
  • variazioni ormonali nel corso della vita.

Questa complessità, insieme a motivazioni economiche e statistiche, ha contribuito in passato all’esclusione delle donne dagli studi clinici».

Dosaggi diversi e farmaci “su misura”

«Il futuro della medicina va verso:

  • dosaggi differenti per uomini e donne,
  • farmaci più efficaci in un sesso rispetto all’altro,
  • terapie sempre più personalizzate.

Esistono già esempi in oncologia e gastroenterologia, anche se per ora si tratta di osservazioni puntuali. Il principio è chiaro: non basta correggere il dosaggio per il peso, bisogna considerare anche le differenze nel metabolismo e nella fisiologia».

L’esempio dell’alcol: un “farmaco” metabolizzato diversamente

«L’alcol è un esempio efficace per comprendere queste differenze. Dal punto di vista scientifico è considerato un vero e proprio farmaco, anche se di uso voluttuario.

Nelle donne l’alcol viene metabolizzato più lentamente: una quantità considerata “sicura” per un uomo può già provocare alterazioni significative in una donna».

Menopausa: un’età della vita da considerare a sé

«La menopausa non è solo una questione di sintomi legati al calo degli estrogeni. È una fase in cui:

  • cambia il metabolismo dei farmaci,
  • aumenta l’incidenza di molte malattie,
  • muta la risposta alle terapie.

Ciò che vale prima della menopausa non è automaticamente valido dopo. Questo rende lo studio della salute femminile più complesso, ma anche più affascinante dal punto di vista scientifico».

Aspettativa e qualità di vita: il paradosso femminile

«Le donne vivono più a lungo degli uomini, ma spesso con una qualità di vita peggiore nella vecchiaia. Uno dei motivi è l’uso di farmaci non sempre ottimizzati per il corpo femminile, soprattutto in presenza di politerapie tipiche dell’età avanzata.

Gli effetti collaterali tendono ad accumularsi, perché molti farmaci non sono stati progettati pensando a quella fase della vita e a quel profilo biologico».

Verso una medicina davvero personalizzata

«L’obiettivo non è avere medici “per uomini” e medici “per donne”, ma medici capaci di curare la persona nella sua unicità. La medicina del futuro deve essere personalizzata, tenendo conto del sesso, del genere e di tutti i fattori che rendono ogni paziente diverso dall’altro. Come mi ha insegnato il mio maestro: “Non esistono le malattie, esistono i malati”».

Aggiornamento continuo e prevenzione

«Il medico moderno deve aggiornarsi costantemente. In Italia esiste un sistema obbligatorio di Educazione Continua in Medicina (ECM) che impone ai professionisti sanitari di formarsi ogni anno.

Infine, anche la prevenzione ha una dimensione di genere: le donne, in media, fanno più prevenzione degli uomini e sono più attente alla propria salute, un fattore che contribuisce alla loro maggiore aspettativa di vita».

Francesco Bianco

Giornalista professionista dal 1997, ha lavorato per il sito del Corriere della Sera e di Oggi, ha fatto interviste per Mtv e attualmente conduce un programma di attualità tutte le mattine su Radio LatteMiele, dopo aver trascorso quattro anni nella redazione di Radio 24, la radio del Sole 24 Ore. Nel 2012 ha vinto il premio Cronista dell'Anno dell'Unione Cronisti Italiani per un servizio sulle difficoltà dell'immigrazione. Nel 2017 ha ricevuto il premio Redattore del Gusto per i suoi articoli sull'alimentazione.
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