
Per decenni gli scienziati hanno sostenuto che la longevità, ossia quanto a lungo viviamo, fosse determinata soprattutto dalle nostre scelte di vita: attività fisica, alimentazione, fumo, stress e altri fattori ambientali. Una nuova ricerca pubblicata sulla rivista Science tuttavia cambia un po’ le carte in tavola, suggerendo che i geni potrebbero avere un ruolo ancora più importante di quanto si pensasse nell’influenzare l’aspettativa di vita.
Lo studio, realizzato da un gruppo di ricercatori guidato da Uri Alon del Weizmann Institute of Science in Israele, ha analizzato dati genetici e storici sulla durata della vita con tecniche in grado di isolare l’effetto dei fattori genetici da quelli ambientali e sociali. Il risultato è sorprendente: la variabilità nella longevità spiegata dai geni è superiore al 50%, circa il doppio rispetto a quanto stimato da studi precedenti.
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Perché i risultati degli studi passati sottostimavano l’influenza dei geni
Secondo gli autori dello studio, le ricerche precedenti tendevano a sottovalutare l’impatto dei fattori genetici perché si basavano su dati di persone nate prima del XIX secolo. In quell’epoca infatti molte persone morivano giovani per malattie infettive, incidenti o condizioni igieniche e sanitarie non ottimali, fattori che “offuscavano” l’effetto dei geni sulla durata della vita. Quando questi elementi sono stati esclusi o corretti nei nuovi modelli, emerge con più chiarezza l’importanza dell’ereditarietà.
Secondo Alon, «le persone pensavano che i geni fossero irrilevanti per la longevità, ma in realtà abbiamo un limite genetico alla nostra aspettativa di vita». Tuttavia, il ricercatore sottolinea anche che i geni non determinano il destino in modo assoluto: restano infatti circa il 45% della variabilità della durata della vita influenzato da ambiente, scelte di vita e fortuna.
Geni e stile di vita: come si intrecciano
Se quindi la genetica “predispone”, che ruolo hanno le abitudini quotidiane? Secondo lo studio, e come confermano molti esperti di longevità, le scelte di vita possono spostare l’età raggiunta di alcuni anni rispetto al limite genetico potenziale. In pratica, chi è “predisposto” geneticamente a vivere fino a 80 anni può arrivare anche a 85 adottando sani comportamenti, mentre al contrario cattive abitudini possono ridurre quell’aspettativa genetica fino a 75 anni o meno.
Secondo Alon: «Genetics is not a done deal. Le scelte di vita — come esercizio fisico, dieta e connessioni sociali — possono cambiare l’età genetica di circa cinque anni». Questo significa che anche se la genetica fissa un punto di partenza, le azioni quotidiane possono spostare il risultato finale in modo significativo.
È interessante notare che, nonostante i geni siano più influenti di quanto si pensasse, non esiste un “gene della longevità” singolo. Come spiega Dr. Deborah Kado, co-direttrice dello Stanford Longevity Center, le caratteristiche complesse come la durata della vita sono influenzate da molti geni e da molteplici interazioni tra geni e ambiente. «La biologia è complicata», afferma, e non c’è un singolo fattore genetico che spiega tutto.
Longevità non è solo anni vissuti, ma anni vissuti bene
Questa nuova prospettiva solleva un’altra domanda fondamentale: è più importante vivere più a lungo o vivere più a lungo in salute? Molti ricercatori, tra cui Dan Arking della Johns Hopkins University, sottolineano che l’enfasi non dovrebbe essere soltanto sulla durata degli anni, ma anche sulla qualità della vita negli anni vissuti. Avere un potenziale genetico di 90 anni non significa nulla se gli ultimi decenni sono segnati da malattie e dipendenze. L’obiettivo, secondo Arking, è quindi che gli anni in più siano anche anni sani e attivi.
Questa interpretazione mette in luce l’importanza di un approccio olistico alla longevità: unire genetica, stile di vita, prevenzione medica e ambiente sociale, piuttosto che cercare una singola “cura” o soluzione magica. Ad esempio, l’attività fisica regolare, una dieta equilibrata ricca di nutrienti, sonno adeguato e relazioni sociali significative sono tutti fattori associati a migliori esiti di salute e possono contribuire a spostare in alto la curva dell’aspettativa di vita.
Verso una medicina personalizzata della longevità
La ricerca genetica sulla durata della vita non ha ovviamente esaurito il suo potenziale. Comprendere quali geni influenzano la longevità e come essi interagiscono con il nostro stile di vita può portare, in futuro, a interventi più mirati. Come spiega Alon, «Se conosci i geni, conosci i meccanismi; e se conosci i meccanismi, puoi intervenire — potresti sviluppare farmaci specifici». Questo approccio, che mira a trattare i processi biologici alla base dell’invecchiamento piuttosto che singole malattie, potrebbe rappresentare una nuova frontiera per la medicina.
Per ora però non esiste un test genetico in grado di predire con precisione l’età di morte di una persona. Gli attuali test genetici sono più utili per individuare rischi ereditari di condizioni specifiche, come alcuni tumori familiari o malattie cardiache. La previsione dell’età genetica di una persona resta quindi un obiettivo futuro, che richiederà ulteriori scoperte scientifiche e probabilmente decenni di ricerca.
Genetica e stile di vita sono alleati per una vita più lunga
In definitiva, questa nuova ricerca mette in evidenza quanto la longevità sia il risultato di un complesso intreccio tra geni e ambiente. La genetica fissa un’area di potenziale, ma il modo in cui viviamo — ciò che mangiamo, come ci muoviamo, come gestiamo lo stress — può spingere la nostra aspettativa di vita verso l’alto o verso il basso. Quindi, se da un lato i geni contano più di quanto si pensasse, dall’altro le nostre decisioni quotidiane restano strumenti potenti per vivere non solo più a lungo, ma anche meglio.




