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Gerry Scotti: «La mia vita da peso massimo»

«I miei 110 chili non sono il risultato di grandi abbuffate. Sto attento a quel che mangio e alla salute, la mia e quella degli altri: per questo sostengo la ricerca»

Posso proprio dire di essere un uomo di peso: un quintale, anzi, 110 chili, per la precisione. Se mi piace la buona cucina? Non c’è dubbio. Meglio ancora se in buona compagnia. Ma a differenza di quanto si potrebbe pensare di fronte a una stazza come la mia, non sono uno da grandi abbuffate, junk food o saccheggi notturni del frigorifero. E non mi incontrerete mai mentre mi ingozzo di panini in autogrill o al fast food. Al contrario, amo mangiare a orari regolari, seduto tranquillamente a tavola. E apprezzo i cibi sani e cucinati in modo salutare.

E pensare che da bambino ero un tipo gracile
Sarà che mi porto sempre addosso il retaggio delle mie origini contadine: sono nato e cresciuto in campagna, dove la genuinità e il rispetto del cibo erano un must. Purtroppo non sempre i miei attuali ritmi di lavoro me lo consentono: e qui entra in scena il primo di una serie di ostacoli. Ma partiamo dall’inizio.
Da bambino ero magrissimo, quasi gracile. Incredibile, vero? Poi, con l’adolescenza, mi sono trasformato in un ragazzone grande e grosso, che assimilava velocemente qualunque cosa mangiasse. Accadeva soprattutto in inverno, con la vita più sedentaria e i piatti più succulenti. Ma in estate, dando libero sfogo alla mia passione per il calcio, la corsa e la bicicletta, mi bastava un attimo per smaltire i chili accumulati. È stato intorno ai 30 anni che il mio metabolismo ha cominciato a rallentare. Col risultato di farmi perdere peso con molta più difficoltà. Tanto più che cominciavo a entrare seriamente nel mondo dello spettacolo, dove i ritmi che scandiscono la giornata raramente consentono di mantenere un corretto regime alimentare.

Gruppo San Donato

Prendiamo l’esempio di un programma serale in diretta. Impossibile affrontarlo a stomaco già pieno. Quindi, prima di cominciare, mangio una barretta energetica o del cioccolato, e bevo un tè caldo. È la cena in compagnia a tarda ora il punto debole: l’adrenalina e la convivialità mi portano a concedermi qualche sfizio, soprattutto con vini, whisky e grappette. E pane: sarà che avevo un nonno fornaio, ma proprio non riesco a limitarmi a un boccone. Tutte irregolarità che il fisico non perdona.

Compenso ogni volta che posso, a cominciare dalla prima colazione: caffè decaffeinato con una goccia di latte e qualche biscotto secco, oppure addirittura pane avanzato dal giorno prima, come mi aveva insegnato la nonna, con un velo di marmellata. E a pranzo adoro il riso in bianco all’inglese, vale a dire condito solo con limone, olio d’oliva e parmigiano. Poi insalata, spinaci o erbette. E se non ho tempo di mettermi a tavola, frutta e spremute. In più, ho allestito in casa una piccola ma attrezzatissima palestra, dove tre volte a settimana sudo per un’ora tra cyclette e Trx, pancafit ed elastici, flessioni e stretching, con la supervisione del personal trainer. Periodicamente, poi, mi faccio controllare da Leonardo Maradei, ortopedico dell’ospedale Humanitas di Milano, per via delle cartilagini delle ginocchia usurate.

Tiroide e pressione sempre sotto controllo
Per questo, anche se le analisi del metabolismo basale che effettuo ogni anno mi restituiscono sempre risultati nella norma, con conseguente via libera alle 2mila o poco più calorie giornaliere da assumere, è indubbio che il mio fisico tenda ad assimilare ogni sgarro. In più, soffro di un malfunzionamento della tiroide, dove da tempo ho un piccolo nodulo, anche se l’esame con l’ago aspirato ha sentenziato che almeno per ora non è necessario asportarlo. E col tempo, ho iniziato a sviluppare alcuni disturbi di cui soffrivano anche mio padre e mio nonno, che tengo sotto controllo affidandomi all’esperienza del mio medico curante, Salvatore Badalamenti, sempre dell’Humanitas. Da dieci anni, infatti, prendo quotidianamente una pastiglia che mi aiuta a combattere la tendenza all’ipertensione, mantenendo la pressione sotto la soglia dei 90 di minima e 140 di massima. E sono soggetto alla formazione di acidi urici, scorie metaboliche tipiche di chi fa grande consumo di alcuni alimenti, tra cui la carne. Come facevo io. Ora la sto progressivamente eliminando, in favore di bistecche di soia che ho scoperto essere assolutamente deliziose.

Tutte cose che, pur non rendendomi un ipocondriaco acuto, mi hanno comunque portato a sviluppare una certa attenzione per la salute, per la prevenzione e per tutti i controlli del caso. E non sono attento solo alla mia, di salute: da cinque anni collaboro con il professor Alberto Mantovani, direttore scientifico dell’Humanitas, sostenendo l’attività di giovani ricercatori italiani e stranieri, in modo che possano continuare qui la loro preziosa opera senza essere costretti a trasferirsi all’estero, devolvendo quattro borse di studio da 25mila euro ciascuna. In pratica, nel mio piccolo contribuisco a evitare la cosiddetta fuga dei cervelli. E la cosa mi riempie di orgoglio.

Gerry Scotti

Testimonianza raccolta da Grazia Garlando per OK Salute e benessere ottobre 2015

 

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