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Carlo Verdone: «Ho “salvato” molti amici»

«Non sono ipocondriaco, devo questa etichetta al fatto che viaggio con un sacchetto di farmaci per i problemi di cui soffro. Studio gli atti dei convegni specialistici e le mie diagnosi hanno evitato il peggio ad alcuni conoscenti»

«Grazie alla passione per la medicina ho “salvato” molto amici». Con queste parole Carlo Verdone racconta, ai microfoni di OK Salute e Benessere, di come le sue conoscenze abbiano evitato il peggio ad alcuni suoi cari, ai quali ha diagnosticato patologie anche subdole. Ecco l’intervista.

Carlo Verdone: non sono ipocondriaco, sono appassionato di medicina

«Fammi anche questo esame con il liquido di contrasto perché voglio vedere il dotto cistico». È una delle quattro o cinque citazioni mediche che ho messo in bocca al professor Umberto Gastaldi nella sceneggiatura della mia ultima commedia, Si vive una volta sola, in uscita nelle sale il 27 febbraio. Ho chiesto conferma della sua giustezza a un amico chirurgo, che l’ha definita «una cosa raffinatissima». Per la mia gioia, perché non me l’ha suggerita alcuno specialista, è tutta farina del mio sacco. «Eh già, Verdone è un noto ipocondriaco», dirà qualcuno di voi. Ebbene no. Non sono un ipocondriaco e non finirò mai di dirlo. Sono un appassionato di medicina, che è diverso. Una passione nata quando ero poco più che un bambino.

Gruppo San Donato

I luminari della medicina hanno sempre frequentato casa mia

Dovete, infatti, sapere che la casa dei miei genitori era frequentata da tre categorie di persone. Al pomeriggio arrivavano a trovare papà Mario, critico cinematografico, registi del calibro di Federico Fellini, Roberto Rossellini, Cesare Zavattini e Alessandro Blasetti. Alla sera, invece, si facevano i dopocena. Il classico «salotto» ormai passato di moda, con gli amici di mamma Rossana. Grandi musicisti – lei era diplomata in pianoforte all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia – o luminari della medicina. C’erano, tanto per fare qualche nome, Pietro Valdoni, il padre della chirurgia italiana, Giovanni Borromeo, già primario dell’ospedale Fatebenefratelli all’Isola Tiberina, Gerardo D’Agostino, famoso oncologo e nostro medico di famiglia. Mamma mi raccontava che erano medici che salvavano la vita alle persone e, quando non ci riuscivano, voleva dire che era impossibile farlo: «Se è morto a Valdoni…».

Carlo Verdone: mia mamma aveva scatole piene di medicinali

Mi affascinava sentirli disquisire di patologie su patologie, d’interventi andati a buon fine, ma da loro imparavi anche quando stavano zitti. Ero poi attirato dal comò della camera da letto di mamma, una sorta di altare dove, al posto di candele e immaginette religiose, s’innalzavano verso il soffitto piramidi di scatole di medicinali, perlopiù farmaci neurologici. Tra questi anche pastiglie per prendere sonno, visto che una caratteristica della nostra famiglia è sempre stata quella di dormire molto poco, non più di cinque ore a notte. Una volta, per pura curiosità, ne presi una: mi fece un effetto indesiderato così tragico che da allora decisi di limitarmi a guardare senza provare.

Ero troppo impressionabile per fare Medicina

Poi, intorno ai 18 anni, scoprii che in edicola erano in vendita i fascicoli dell’enciclopedia medica della Curcio. Il corpo umano e le sue patologie erano spiegati molto bene, così iniziai la collezione fino a comporre una dozzina di tomi. Insomma, mi stavo facendo una certa cultura medica, anche se ovviamente un conto è l’istruzione accademica e uno la formazione da autodidatti. In realtà, quando già frequentavo i corsi universitari della facoltà di Lettere (con indirizzo storico-religioso), feci un pensierino a una seconda laurea in Medicina. Mi resi conto, però, di essere una persona troppo  impressionabile e lasciai perdere l’idea di indossare il camice bianco. Continuai tuttavia a studiare per conto mio alla sera; cosa che faccio tuttora, e non certo tramite Wikipedia o leggendo i bugiardini delle medicine, ma consultando gli atti dei convegni a cui partecipano i miei amici medici. Come quello di un congresso tenutosi a Newcastle, in Inghilterra, dove un’anziana scienziata spiegò i danni che possono fare certe categorie di benzodiazepine, soprattutto ipnoinducenti, che nei casi estremi capita anche a me di assumere per riuscire a dormire.

Carlo Verdone: giro sempre con un sacchetto pieno di medicinali

Farmaci contro l’insonnia che uso, sì, raramente, ma che entrano nel sacchetto di medicinali – quello attuale ha sopra stampata la figura di un gatto rosso – che mi accompagna in ogni viaggio, per breve che sia. E che probabilmente è alla base dell’etichetta di ipocondriaco che mi è stata appiccicata. La verità è che, andando avanti con l’età, purtroppo di farmaci se ne devono prendere, perché sono dei salvavita, così io giro coperto per qualsiasi evenienza. Ho rimedi per la cupololitiasi, che molti chiamano – sbagliando – labirintite; pillole per tenere sotto controllo la pressione la mattina e betabloccanti per la sera; un antibiotico più potente e uno più leggero contro la diverticolite; supposte di glicerina; un leggero ansiolitico.

A causa della mia “mania” ho avuto problemi in aeroporto

Una busta, tra l’altro, che ricorda un po’ quella che svuoto sul letto con Margherita Buy in Maledetto il giorno che t’ho incontrato. Proprio al rientro in Italia dalla riprese inglesi del film – era il 1991 – la mia borsetta dei medicinali (quella vera) è stata al centro di un caso all’aeroporto di Londra-Heathrow, quando al controlli di sicurezza mi hanno fatto aprire il bagaglio. Ebbene, non volevate che si fosse rotta la scatoletta di magnesia San Pellegrino, che uso contro la stipsi, e la polverina bianca si fosse sparsa per la valigia? «Laxative powder», continuavo a dire ai poliziotti britannici, mimavo anche il gesto che in bagno compiamo con la carta igienica per farmi meglio comprendere, ma quelli non ci credevano. Per farla breve, sono stato portato in uno stanzino dove ho dovuto aspettare che la polverina venisse esaminata in laboratorio e ho perso il volo per Roma. Alla fine, risolto l’equivoco, mi sono imbarcato su uno per Milano, ma il sacchetto dei farmaci non mi è mai stato restituito.

Carlo Verdone: la borsa dei medicinali può rivelarsi utile anche… A terzi!

Un’altra volta, invece, la «borsa medica» si è rivelata utile anche a terzi. È successo quattro anni fa, mentre ero di rientro da Verona su un Frecciarossa. A un certo punto l’altoparlante del treno ha iniziato a ripetere: «Se c’è un medico a bordo, si porti alla carrozza 4». Come di certo avrebbe fatto il professor Raniero Cotti Borroni di Viaggi di nozze, sono subito scattato in piedi. Nella carrozza 4 c’era il capotreno con la camicia slacciata, circondato dai passeggeri. Ansimava più di un mantice. «Che ha?», gli chiedo. «Lei è un medico?», mi fa lui a sua volta. «No, sono un attore». «Ma lei è Verdone!». «Sì, sono Verdone. Dica a me». «Mi manca l’aria». Siccome non c’erano medici sul convoglio, verificai che non avesse dolori a petto, schiena e pancia, cioè i sintomi dell’infarto, e alla fine compresi che si trattava di un tremendo attacco di panico. Un ansiolitico della mia busta contribuì a rimetterlo in sesto in una ventina di minuti. E così il ferroviere mi svelò l’arcano: stava male perché la moglie lo aveva appena lasciato per un altro. Non la finiva più di parlare… Alla fine gli ho lasciato la scatoletta degli ansiolitici: «Al bisogno ne prenda uno e, comunque, non più di due al giorno. E in ogni caso senta il suo medico».

Grazie alle mie conoscenze ho salvato alcune vite di amici

Ma la mia passione per la medicina ha contribuito a salvare anche delle vite. Ho più volte raccontato del tumore al colon scoperto a un mio amico col metodo del dito nel sedere (chiaro: dopo aver indossato un guanto da cucina), ma il mio fiore all’occhiello è un caso di sindrome di Stevens-Johnson, una reazione avversa acuta a un farmaco che fa letteralmente saltare il sistema immunitario, diagnosticato una dozzina di anni fa a un’amica. Le si era riempito il viso di bolle scure – una cosa terrificante, come constatai da una foto che mi aveva inviato – ed era finita al pronto soccorso di un importante ospedale romano. Io avevo già avuto modo di studiare in passato tale sindrome, molto rara, e mi ricordai che aveva maggiori possibilità di verificarsi qualora una persona usasse particolari neurolettici. Quelli che assumeva la mia conoscente. Così le inviai la mia valutazione via sms, dicendole di farla vedere al primario. Questi, per tutta risposta, le diagnosticò la varicella. Fu trasferita allo Spallanzani, ospedale specializzato in malattie infettive, che già aveva la lingua che, gonfiando, si stava ritirando nella gola. Sarebbe morta soffocata in breve tempo. Fortunatamente avevo un’altra amica che lavorava presso quell’istituto: in cinque minuti le mandai una decina di messaggini scritti a lettere maiuscole. «Per cortesia, fatele il cortisone, se no questa muore. Non può essere varicella, lei usa il tal farmaco. Dillo al primario». Quest’ultimo, attorniato dal suo staff, si trovò ad avere nella mano sinistra il referto del collega dell’altro ospedale e nella destra il telefonino con le mie indicazioni: «Che facciamo, diamo retta al professor tale dei tali o a Verdone?». Silenzio. Chiuse il cellulare: «Diamo retta a Verdone». Una dose da cavallo di cortisone salvò la mia amica.

Ho a cuore la salute

Ma non voglio annoiarvi oltre con le mie imprese mediche né ci tengo ad apparire come una specie di eroe, quando, piuttosto, ci sarebbe da ridire sull’operato di certi primari… Vi lascio, però, con un suggerimento che spero seguiate: fate prevenzione! E non ve lo dice un ipocondriaco, ma una persona che ci tiene alla sua salute (e anche alla vostra): soprattutto dopo una certa età è fondamentale sottoporsi periodicamente a esami, perché non sempre, poi, è facile mettere una «toppa» alle malattie quando si presentano. Si vive una volta sola. Ed è meglio farlo in buona salute.

Carlo Verdone (testimonianza raccolta da Marco Ronchetto)

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