Meno capi più coach: sarà questo il futuro delle aziende?

Meno capi più coach

Nelle imprese del futuro i dipendenti dovranno essere più coinvolti e stimolati mentre la figura del "capo" sarà sostituita da quella del "coach"

Quante volte ci è capitato di lavorare in un ambiente ostile, dove al malessere generale si alternavano pressioni, stati d’ansia e demotivazione? In molti casi, infatti, i dipendenti si sentono considerati solo meri esecutori ai quali viene negata la possibilità di esprimere le proprie potenzialità al di fuori del ruolo ricoperto in azienda. Per superare questo disagio «dovremmo sviluppare nuovi modelli organizzativi in grado di valorizzare i lavoratori, incentivandoli a essere proattivi e propositivi, ad avere iniziative, a sviluppare le proprie idee e ad anticipare i problemi» spiega Paolo Bruttini, presidente di Forma del Tempo e co-autore del libro Coaching: come trasformare individui e organizzazioni.

Se le persone si sentono più coinvolte e partecipi nel processo lavorativo, migliorano le proprie performance e l’azienda può trarne solo benefici. È l’idea che sta alla base della cultura “openness”, che ridisegnerà la natura stessa delle imprese future: «per affrontare la competitività, la concorrenza e l’economia globale, le aziende dovranno essere aperte al cambiamento, puntare a mettere in luce le potenzialità delle proprie risorse e far emergere una nuova idea di “comando”» sostiene Bruttini.

Ma quali sono le strategie per aumentare il benessere dei dipendenti? «È possibile intraprendere questa strada attivando delle modalità che favoriscono l’auto-organizzazione delle persone: significa creare terreno fertile affinché i dipendenti siano invogliati a mettere insieme i propri punti di vista, a prendere decisioni in autonomia e con buon senso, condividere idee e conoscenze per migliorarsi e migliorare l’organizzazione» spiega l’autore del libro.

E come rendere possibile tutto ciò? Dal capo gerarchico che comanda e controlla bisogna passare alla figura del coach, che adotta una leadership orizzontale, condivisa e – appunto – aperta. «Quando si parla di coaching si fa riferimento alla gestione e allo sviluppo delle persone partendo dalle loro risorse o capacità» afferma Bruttini. «Il coach punta a favorire il percorso individuale del lavoratore, attivando le sue energie e motivandolo a ingaggiarsi, farsi coinvolgere e connettersi con gli altri per raggiungere gli obiettivi».

L’idea di un capo-coach però non si traduce in anarchia: «Il concetto è semplice: piuttosto che dire alla gente cosa deve fare, è meglio dire cosa non deve fare. Solo così le persone possono sentirsi veramente libere di esprimersi». Forse per molti un cambiamento di questo tipo potrebbe sembrare un’utopia, ma già il fatto che se ne parli e che diverse aziende si stiano muovendo tenendo conto al loro interno di un modo di fare team che passa attraverso il coaching, è un bel segnale.

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