Le vostre storie

Ho sconfitto la fibrosi polmonare che si era portata via mio padre

Ho scalato una montagna, ma ne valeva la pena. Otto anni fa ho sconfitto la bestia nera, la stessa che nel 1988 aveva portato via mio padre. Forse lo ricorderete, Marino Corder, che fu sottosegretario agli Interni. Ho l'abitudine di dare un nome proprio alle cose e lei, la fibrosi polmonare idiopatica, rimarrà sempre la bestia nera. Mai avrei pensato di rivederla nella mia vita, questa malattia che toglie il respiro. E invece la ritrovai nel marzo 1994 . Ero incinta, Elena sarebbe dovuta nascere dopo circa 20 giorni. Mi ricoverarono con un attacco di tosse tremendo, ma dalle lastre non capirono cosa fosse. Tre anni e molte altre visite dopo, per quella tosse continua, arrivò la diagnosi e lì il mondo mi crollò addosso: la malattia rara era tornata, e adesso voleva me.

Ho scalato una montagna, ma ne valeva la pena. Otto anni fa ho sconfitto la bestia nera, la stessa che nel 1988 aveva portato via mio padre. Forse lo ricorderete, Marino Corder, che fu sottosegretario agli Interni. Ho l’abitudine di dare un nome proprio alle cose e lei, la fibrosi polmonare idiopatica, rimarrà sempre la bestia nera. Mai avrei pensato di rivederla nella mia vita, questa malattia che toglie il respiro. E invece la ritrovai nel marzo 1994 . Ero incinta, Elena sarebbe dovuta nascere dopo circa 20 giorni. Mi ricoverarono con un attacco di tosse tremendo, ma dalle lastre non capirono cosa fosse. Tre anni e molte altre visite dopo, per quella tosse continua, arrivò la diagnosi e lì il mondo mi crollò addosso: la malattia rara era tornata, e adesso voleva me.

Il codice rosso arrivò l’11 settembre 2001, data infausta anche per gli americani. Da quel giorno entrai in lista d’attesa per il trapianto di polmoni e intanto iniziai a usare l’ossigeno. Ricordo bene la mattina che mi portarono i bombolotti d’ossigeno: dopo 14 anni erano rientrati a casa mia. Lì per lì pensai che non sarei più uscita, ma mi ricordai di mio padre, mai come in quel periodo l’avevo sentito tanto vicino. Capii che non potevo arrendermi, dovevo lottare e non perdere la speranza. Così quel giorno stesso andai a prendere mia figlia a scuola con le cannucce nel naso. A i bimbi curiosi dissi che era «un aerosol speciale che viene dalla Luna perché non mi passa la tosse». Gli diedi un nome, Cip, lo stroller portatile, e Ciop, il bombolotto da casa. Finché mi fu possibile, portai fuori Cip dentro uno zaino aperto in alto, sulle spalle. Quando diminuirono le forze Cip lo misi su un carrellino, trascinandolo come un cagnolino. A casa facevo cyclette attaccata a Ciop per mantenere attivi i muscoli, soprattutto quelli polmonari.

Gruppo San Donato

La chiamata arrivò alle 4 di mattina del 5 aprile 2003. «Signora», disse la voce al telefono, «ci è stata segnalata una donatrice compatibile con lei. Arrivi al Policlinico alle 8.30». Entrai in sala operatoria con la bestia nera e ne uscii ore dopo con il nuovo arrivato, il polmone che qualcuno aveva donato, e con una nuova esistenza. A chi ha questa malattia può bastare il trapianto di un solo polmone, un donatore salva due vite. Bisognava af frontare il rischio del rigetto. Rigetto evoca la parola rifiuto, e come si fa a rifiutare un dono del genere? Così parlavo con i miei bambini bianchi, i globuli bianchi, perché non attaccassero il polmone: mi hanno ascoltata ed è andato tutto bene. Sono passati otto anni, ho potuto conoscere tanti altri malati, insieme abbiamo creato l’Unione trapiantati polmone di Padova, per vivere insieme le nostre esperienze uniti dalla convinzione che il trapianto è Vita, con la V maiuscola. Una vita meravigliosa.
Giovanna Corder, 48 anni, Padova
(testo raccolto da Ilaria Ciancaleoni Bartoli)

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