Piede diabetico: ecco la chirurgia italiana che ha vinto il Paul Brand

È Luca Dalla Paola il medico insignito del prestigioso riconoscimento internazionale, conferito a chi maggiormente si è contraddistinto nel salvataggio degli arti colpiti da diabete mellito e per il contributo nell’innovazione e nel miglioramento degli interventi.

«Questo premio è il frutto di un lavoro di molti anni. È un premio non solo a me ma a tutta l’équipe. Per ottenere i risultati che abbiamo ottenuto – spiega Dalla Paola, Specialista nel trattamento medico e chirurgico del piede diabetico Maria Cecilia Hospital di Cotignola in provincia di Ravenna – è necessario strutturare un’organizzazione non semplice: stiamo parlando di pazienti che hanno una complessità importante. Il piede diabetico è un marker di malattia vascolare a 360 gradi. Quando lo curiamo dobbiamo pensare che stiamo parlando di un organismo con molti problemi che necessita di risorse anche umane importanti».

La prevenzione è la prima regola

«Il piede diabetico – spiega Luca Dalla Paola, responsabile anche dell’ambulatorio specializzato dell’Ospedale San Carlo di Nancy di Roma – è una sindrome caratterizzata da lesioni e ulcere che nel corso della loro evoluzione tendono a infettarsi fino a raggiungere le articolazioni e le ossa e colpisce appunto i soggetti diabetici. Le problematiche sono legate al deficit circolatorio e all’alterazione biomeccanica, in pratica la deformità del piede, su cui poi si innesca un evento ulcerativo e infettivo che porta alla progressione della malattia e al rischio non solo di amputazione, ma anche di morte legata a un quadro infettivo che tende a espandersi in tutto l’organismo».

Il 15% dei diabetici ne è colpito

Il 6,2% della popolazione italiana è affetto da diabete mellito; di questi, circa il 15% svilupperà un evento ulcerativo a carico del piede. L’ulcerazione del piede è considerata la prima causa d’amputazione del piede nella popolazione diabetica. «Negli ultimi vent’anni – spiega Dalla Paola – c’è stato un miglioramento delle conoscenze che ha permesso di aumentare gli arti salvati, questo grazie al miglioramento della componente infettiva, della chirurgia routinaria e delle tecniche di rivascolarizzazione».

Come ci si accorge? «Se cominciamo a vedere un deficit di sensibilità verso gli stimoli tattili, termici e dolorifici nel piede, accompagnata da un’iniziale deformità, cioè dallo sviluppo di un piede cavo con calli e duroni, ecco quello è un piede che dev’essere valutato con attenzione».

La soluzione è la chirurgia

«Il piede diabetico è assolutamente una problematica chirurgica. Sia se l’affrontiamo in termini preventivi, quindi una chirurgia per correggere questa alterazione, questa deformità legata alla neuropatia diabetica, sia in termini curativi sull’infezione ossea che si chiama ostiomelite. Il nostro obiettivo è il salvataggio dell’arto: evitare che si sviluppino delle condizioni patologiche che portino la persona ad avere la necessità di un’amputazione. Le amputazioni si chiamano minori se sotto la caviglia, maggiori se al di sopra. Per ridurre l’infezione la chirurgia è l’arma più efficace, quindi è necessario che ci sia un atteggiamento chirurgico che mira alla conservazione dell’arto. Noi siamo arrivati al 90/95% di successo».

La terapia dev’essere multidisciplinare. «Attorno alla persona con piede diabetico ruota una serie di competenze che vanno dall’infettivologo al radiologo, passando per il diabetologo e chirurgo, fino al cardiologo che si occupa della rivascolarizzazione: il 70% dei nostri pazienti ha un’arteriopatia, cioè ha un’occlusione a livello delle arterie delle gambe che pregiudica la capacità di guarire. Dobbiamo avere sempre un atteggiamento di condivisione della problematica con più specialisti».

Fondamentale la diagnosi precoce. «Più precoce è la diagnosi, minore sarà l’aggressività chirurgica che dovremo utilizzare. Se riuscissimo ad avere una diagnosi molto precoce potremmo ridurre di gran lunga il numero delle amputazioni».

Francesco Bianco

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