Endometriosi: sintomi, cause e cure

endometriosi

Maggiore conoscenza della patologia, terapie su misura e interventi mininvasivi che preservano la fertilità sono le nuovi armi a disposizione delle 3 milioni di italiane che soffrono di endometriosi

Sono circa 3 milioni le donne in Italia che soffrono di endometriosi, tra il 5 e il 10% della popolazione femminile. Donne che, in alcuni casi, stanno male per anni senza saper dare un nome alla causa di quel dolore che a volte le costringe ad assentarsi da scuola o dal lavoro, e si abbatte come un uragano sulla quotidianità, con ripercussioni su stato d’animo e umore. Perché quel dolore ciclico al basso ventre (e non solo), in concomitanza con le mestruazioni e durante i rapporti sessuali, finisce col non dare tregua.

«Nonostante sia stato fatto tanto in termini di informazione e sensibilizzazione, la diagnosi arriva ancora troppo tardi: in alcuni casi sei-sette anni dopo l’insorgenza dei sintomi». Lo denuncia Massimo Candiani, primario dell’unità di ginecologia e ostetricia dell’Ospedale San Raffaele di Milano (puoi chiedergli un consulto qui). «Non c’è ancora una chiara percezione e non tutti i ginecologi e medici di base di fronte a certi quadri clinici si insospettiscono e vanno alla ricerca dei segni della malattia fino a diagnosticarla».

Una componente genetica

Un campanello d’allarme, per esempio, è la familiarità. «Se la donna che lamenta frequenti dolori ha una sorella o la mamma che soffre di endometriosi non bisogna sottovalutare la situazione ed è necessario indagare», raccomanda la biologa Paola Viganò, ricercatrice del Centro scienze della natalità del San Raffaele. «C’è infatti una componente genetica e sorelle o figlie corrono un rischio sei-otto volte maggiore di sviluppare la malattia».

Il dolore è il sintomo caratteristico. Il sospetto di endometriosi dovrebbe nascere in caso di mestruazioni dolorose (dismenorrea), dolori durante i rapporti sessuali, dolori addominali, pelvici, intestinali, urinari. «Il punto è che parliamo di una malattia che ha tante facce e diverse manifestazioni di carattere sintomatologico, che variano e possono coesistere a seconda dell’estensione e degli organi interessati», precisa Candiani.

A volte è una nemica silenziosa

L’endometriosi, infatti, è una malattia cronica innescata dalla presenza dell’endometrio, la mucosa che riveste la parete interna dell’utero, in altre sedi, come per esempio ovaie, tube, vagina, vescica, intestino. E in corrispondenza della regione anatomica in cui il tessuto si impianta, lì si localizza il dolore. Fino ai casi in cui il dolore è più diffuso e l’endometrio si estende sopra il fegato, e penetra a livello della pleura e dei polmoni, delineando quadri molto critici. «A volte, però, l’endometriosi può esordire anche in modo silenzioso, asintomatico, e la paziente lo scopre casualmente in seguito a una visita di controllo o a un’ecografia che mette in evidenza, per esempio, cisti ovariche endometriosiche», puntualizza lo specialista.

Un malfunzionamento nel ciclo

Le cause che determinano tutto ciò non sono ancora ben chiare. «Ma l’ipotesi scientificamente più accreditata attribuisce la responsabilità dell’endometriosi alla mestruazione retrograda», spiega Viganò. In altre parole, alla risalita lungo le tube di Falloppio di una parte del sangue mestruale, che finisce con l’impiantarsi sul peritoneo pelvico (la membrana che riveste le pareti degli organi pelvico-addominali e fa sì che non aderiscano reciprocamente) innescando uno stato infiammatorio, prima a ogni mestruazione e poi via via sempre più frequentemente.

«Se la mestruazione retrograda può essere considerata il cosiddetto primum movens, la miccia d’innesco della malattia, non è del tutto chiaro il ruolo del sistema immunitario. Che in alcune donne parrebbe essere deficitario e incapace di impedire che queste cellule si impiantino fino a invadere il peritoneo e causare la formazione di cisti, aderenze e tessuto cicatriziale», aggiunge la ricercatrice, impegnata in un Genome Wide Association Study sulla malattia. «Si tratta di un’indagine che coinvolge 13 centri italiani di eccellenza sull’endometriosi e 1.500 donne, per individuare quali alterazioni genetiche si associno più frequentemente alla malattia e siano correlate con il dolore e l’infertilità».

Utile l’ecografia

Ebbene sì, l’infertilità. Perché l’endometriosi non solo può avere un grosso impatto sulla vita sessuale per i sintomi dolorosi, ma può determinare anche difficoltà riproduttive. «Ecco perché, se già a 15-16 anni compaiono dolori intensi, non bisogna aspettare di averne 30 per parlarne con il proprio ginecologo», raccomanda Candiani. «Purtroppo, invece, c’è la tendenza a normalizzare i sintomi e di conseguenza a sottovalutarli, nella convinzione che in fondo sia normale avere dolori mestruali. E questo ritarda la diagnosi.

Ma c’è anche una certa reticenza, un po’ di imbarazzo a parlare di certe cose, per esempio della propria vita sessuale, per cui si tira avanti finché il dolore diventa insopportabile. Senza sottovalutare che a sfavore di una diagnosi precoce gioca anche il fatto che non esiste, come per altre malattie, un esame del sangue che dica con certezza: “hai l’endometriosi”, quindi sta al medico non sottovalutare alcun indizio».

Se la consueta visita ginecologica può far nascere il sospetto, la conferma della malattia si ha con un’accurata ecografia transvaginale, utile per individuare lesioni endometriosiche e la presenza di tessuti anomali. Candiani tiene a sottolineare l’importanza del dialogo medico-paziente: «Dal racconto e dal vissuto della donna è possibile capire la localizzazione della malattia, per esempio se riferisce problemi a defecare o urinari o irregolarità intestinali, e l’opportunità di ricorrere ad altri esami diagnostici». A seconda del quadro clinico può essere infatti indicata una risonanza magnetica (se si sospetta endometriosi diffusa a livello intestinale, pleurico o toracico), una colonscopia (in caso di restringimenti a livello intestinale) o il clisma opaco in caso di restringimenti o tortuosità a livello intestinale.

Farmaci o chirurgia

La diagnosi, secondo Candiani, non dev’essere vissuta come una sentenza drammatica, ma come lo step iniziale del percorso terapeutico per poter vivere meglio. «A ogni paziente la sua terapia», spiega. «Non esiste infatti una terapia standard valida per tutte, ma va disegnata a misura dei sintomi, dell’età e delle esigenze della donna, come un lavoro di fine sartoria».

In generale, comunque, la terapia può essere farmacologica (antinfiammatoria, a breve termine, e ormonale, che può essere protratta anche per parecchi anni e va ovviamente interrotta in caso di ricerca di una gravidanza) oppure chirurgica. Nella maggior parte dei casi si interviene per via laparoscopica (tecnica mininvasiva), sia per l’asportazione di piccoli focolai di endometriosi che di noduli di più grosse dimensioni.

«In caso di cisti ovariche e quindi di intervento alle ovaie per asportare i tessuti anomali, bisogna prestare la massima attenzione per preservare la loro funzionalità», puntualizza il ginecologo. «E a tal proposito stiamo sviluppando tecniche innovative di chirurgia dell’ovaio che si basano sull’utilizzo di laser CO2 che permette di asportare la lesione ed essere estremamente delicati, al fine di risparmiare il più possibile il tessuto ovarico e quindi preservare le funzioni riproduttive. Se la tecnica standard prevede infatti di strappare la cisti dall’ovaio, con questo laser invece la cisti viene vaporizzata».

Endometriosi e maternità

E quando si vorrebbe mettere al mondo un figlio? «La diagnosi di endometriosi non segna l’addio al desiderio di maternità», rassicura il ginecologo Massimo Candiani. Precisa Paola Viganò: «Molto dipende dalla forma e dalla severità della malattia: se lieve e, per esempio, localizzata sulla vescica, si avranno problemi urinari ma non riproduttivi; se invece è severa e colpisce entrambe le ovaie c’è il rischio che la fertilità sia compromessa, perché l’endometriosi determina una situazione infiammatoria pelvica che sfavorisce tutto il percorso riproduttivo».

Ma se i focolai di endometriosi non hanno causato alterazioni tali da ostacolare l’incontro tra ovulo e spermatozoi o l’impianto dell’embrione, l’endometriosi non è incompatibile con la gravidanza. «L’invito che rivolgo alle donne è di affrontarla con serenità, seguendo le raccomandazioni del proprio medico che sicuramente suggerirà controlli più frequenti nel corso dei nove mesi», aggiunge Candiani.

Ovviamente, se si segue una terapia ormonale (tipicamente la pillola estroprogestinica è consigliata anche dopo l’intervento chirurgico di asportazione dei focolai endometriosici perché protegge dalle recidive),il primo passo è interrompere il trattamento. «E se, dopo un anno di tentativi, ancora non si verifica il lieto evento, si può procedere con la fecondazione medicalmente assistita», conclude la ricercatrice. «Bisogna quindi recarsi in un centro specializzato e sottoporsi a una serie di esami per valutare se le ovaie sono o no compromesse, si procede poi con la stimolazione ormonale, con la fecondazione in vitro e infine con il trasferimento degli embrioni».

L’endometriosi è nei Lea

Con l’aggiornamento dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) del 2017, l’endometriosi entra finalmente nell’elenco delle malattie croniche invalidanti che danno diritto all’esenzione. L’esenzione riguarda infatti i casi più severi, di terzo e quarto grado della malattia: le visite di controllo e gli esami strumentali saranno a carico del Sistema sanitario nazionale.

di Simona Regina, tratto da OK Salute e benessere marzo 2017

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