Calo dell’udito e demenza: un legame molto stretto

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Chi ignora l'ipoacusia aumenta il rischio di sviluppare demenza e chi ha un deficit cognitivo quasi sempre non sente bene. Il neurologo Camillo Marra spiega perché orecchie e cervello sono così legati

Tra le orecchie e il cervello c’è un legame molto più stretto di quanto pensiamo e mantenere questo legame solido e ben funzionante è fondamentale per la nostra salute e il nostro benessere fisico e mentale.

Ipoacusia e demenza

Al calo dell’udito, infatti, è associato un rischio tre volte maggiore di sviluppare una forma di demenza, mentre in tre pazienti con deficit cognitivo su quattro si registra anche un disturbo dell’udito. Questi numeri emergono dal rapporto promosso da Amplifon, Il cervello in ascolto – Lo stretto intreccio tra udito e abilità cognitive, che ha analizzato il legame tra due emergenze sociali di oggi, ma soprattutto di domani.

I numeri 

Attualmente 360 milioni di persone nel mondo convivono con un calo dell’udito, mentre 47 milioni con una forma di demenza. Questi numeri sono destinati rispettivamente a raddoppiare e a triplicare nei prossimi 30 anni a causa del progressivo invecchiamento della popolazione.

Il calo dell’udito non va ignorato

Uno dei problemi alla base è che molte persone colpite da ipoacusia, soprattutto tra i 45-65 anni, ignorano e non accettano la situazione, rimandando o rifiutando l’utilizzo di un apparecchio acustico. Vivere con un udito che non funziona bene, però, non può che danneggiare le funzioni cognitive, come ci spiega nella videointervista Camillo Marra, docente di neurologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.

Giulia Masoero Regis

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